Dopo il primo viaggio, Colombo non aveva avuto percezione di aver trovato qualche cosa di assolutamente sconosciuto, ma era ancora convinto di essere giunto in Oriente; a ragione quindi i geografi del Cinquecento non diedero a quelle terre il suo nome, ma quello di Amerigo Vespucci. Fin dai primi viaggi, invece, coloro che erano partiti dalla Vecchia Europa si erano resi conto di tante novità “alimentari” che le terre in cui erano arrivati offrivano loro. Gli esploratori cominciano a descriverle seguendo il metodo in assoluto più semplice per le spiegazioni e cioè facendo paragoni e porgendo similitudini con cose già note, che i lettori avevano ben presenti e che quindi potevano facilmente confrontare e da cui derivare un’immagine, per quanto possibile, precisa.

Per il viaggiatore che narra le sue avventure, il cibo diventa spesso termine di paragone per spiegare e valutare le molte novità che incontra; questo avviene non solo quando fa una descrizione (ad esempio, se vuole descrivere lo sconosciuto tacchino, parlerà dei ben noti galli e galline), ma si dimostra essere anche l’indice per valutare la ricchezza e l’abbondanza di un determinato luogo: se un cibo che è molto costoso in Europa, in un determinato luogo costa poco, questo significa che quel luogo è ricco. Leggendo le relazioni di diversi viaggiatori bisogna, però, constatare che metodi di scrittura e di descrizione si rassomigliano: l’elemento caratterizzante, che fa distinguere e lascia impressioni diverse tra un viaggiatore e l’altro, è proprio la prospettiva da cui sono guardate le cose; ad una attenta osservazione dei contenuti, i racconti un po’ si ripetono: anche “alimentari” che le terre in cui erano arrivati offrivano loro. Gli esploratori cominciano a descriverle seguendo il metodo in assoluto più semplice per le spiegazioni e cioè facendo paragoni e porgendo similitudini con cose già note, che i lettori avevano ben presenti e che quindi potevano facilmente confrontare e da cui derivare un’immagine, per quanto possibile, precisa. nelle descrizioni dei viaggi nelle terre incognite (o in quelle poco conosciute) gli argomenti portanti, ricorrenti, direi quasi basilari, sono sempre il cibo e il bere e, parallelamente, il costo della vita nel luogo nuovo; infine la proporzione costi/benefici tra il costo del viaggio, le difficoltà incontrate nell’affrontarlo e il guadagno ottenuto. Il fenomeno è facilmente spiegabile: dopo le prime spedizioni di conquista, cominciano i viaggi con finalità economiche; molte delle descrizioni che sono arrivate fino a noi provengono, quindi, da mercanti che, spendendo del capitale proprio, si dimostrano particolarmente attenti al valore commerciale di quello che devono investire, con la conseguenza di provocare una specie di “uniformità” nelle relazioni; in realtà per il lettore l’incognita dell’impressione del déjà vu è un pericolo veramente non da poco.


Il mondo conosciuto in un libro: Francesco Carletti

In altre parole: dato che tanti rendiconti di viaggio si somigliano ne viene qui preso in esame uno dei più ricchi e divertenti: quello di Francesco Carletti, Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo. Francesco Carletti (1573-1636) è italiano, fiorentino ed è il primo che riesce a compiere l’intera circumnavigazione del globo con mezzi non propri (cioè passando da una nave all’altra e pagando di volta in volta il pedaggio per sé e per le sue merci): dopo una tale esperienza, compiuta negli anni finali del Cinquecento, la sua visione del mondo sarà decisamente più aperta, e sarà favorevolissimo al porto franco di Livorno voluto dal Granduca di Toscana, di cui, dopo il suo ritorno, si era posto al servizio; il suo racconto è una narrazione dei suoi viaggi fatta per il suo Signore. Il “caso” Carletti risulta particolarmente interessante perché viaggia da solo e unicamente per ragioni di mercatura; quando arriva nelle Americhe le sue descrizioni non sono condizionate dall’ideologia politica del militare che conquista o religiosa del missionario che vuole convertire, ma è apertissimo verso l’esperienza dell’altro, del diverso. Pur raccontando solo cose viste coi suoi occhi e direttamente sperimentate, non sfugge del tutto alla mitizzazione di alcune novità, in particolare per quanto riguarda i cibi: un esempio estremamente interessante è dato dalla scoperta, da parte sua, del cacao, in particolare della bevanda fatta col cacao, che ricorda già col nome di “cioccolate”, così come viene chiamata dalle popolazioni locali.

La scoperta

Questa cioccolata è un alimento fantastico, egli afferma, ma procura un’assuefazione tale che chi la assume del cacao gli fa addirittura dire che chi rinuncia alla cioccolata, anche se mangia altri alimenti sostanziosi, non si può “mantenere robusto” (sono le sue parole letterali) se non continua a berla ogni giorno. Nel descrivere la pianta, il nostro Carletti spiega puntualmente come usare i frutti del cacao, che sono “grossi come ghiande” e vanno seccati e abbrustoliti e poi fatti diventare una polvere che, gettata nell’acqua calda insieme allo zucchero subito si “disfa”. Racconta poi la preparazione della bevanda dentro delle ciotole in cui questa polvere è mescolata con un “legnetto” che i locali fanno rigirare tra i palmi delle mani; essa dà “forza, nutrimento, vigore ed energia” al punto che chi ne beve una gran tazza al mattino può restare tutto il giorno senza altro cibo. Il cacao è definito “uno dei principalissimi regali di quel paese” ed è tenuto in gran conto non solo dai locali, ma anche dagli spagnoli stabilitisi nell’America centrale, siano essi religiosi o funzionari. Il fatto che la bevanda sia assunta e gradita dagli europei lì trasferiti gli dà conferma della sua bontà, nonostante, come si diceva, il pericolo di assuefazione e dipendenza denunciato, così come vede accadere con il tabacco o con certe strane foglie di coca che i locali masticano in continuazione e, a loro volta, danno “forza e vigore”. Come si può notare egli non distingue ciò che alimenta (cacao) da quello che unicamente dà sensazione di pienezza e forza, le foglie di coca; a sua giustificazione, però, afferma di non aver provato quelle strane foglie locali.


L’assaggio delle batatas

L’inizio del suo viaggio è proprio verso le Americhe; egli nota che, a circa un secolo dalla scoperta, in molti luoghi delle “Nuove Terre” (sta parlando della zona centrale e il Messico) si vive già “all’usanza e maniera d’Europa e cristianamente”; nota che tutte le ricchezze sono ormai nelle mani dei conquistatori che selezionano e quindi impongono, con il potere del loro denaro, gli arrivi dall’Europa anche in campo alimentare; mentre, dunque, i cibi più ricercati e raffinati riflettono la cucina del paese d’origine, Carletti registra l’esistenza e la presenza di alcuni cibi locali che vengono considerati molto interessanti perché, con l’ottica del buon mercante, privilegia i prodotti in base al costo e alla facilità con cui è possibile procurarseli. Ma il criterio economico non è l’unico, naturalmente, a guidare la sua curiosità. Mangia tranquillamente le radici chiamate “batatas”, cotte sotto la cenere calda, senza porsi i problemi che gli europei ebbero al riguardo per circa tre secoli.

Mais, peperoncino e altre novità dalle americhe

Una delle piante che maggiormente risveglia il suo interesse è quella del mais che, come afferma con meraviglia, “serve loro come tra di noi il grano, per pane, e alle bestie per biada”, ed ha quindi una particolare importanza. È molto attento nel descrivere tutte le maniere in cui ha visto cuocerlo, nell’acqua con i grani interi, oppure abbrustolito sul fuoco o nella cenere calda. Con la farina ottenuta dal mais fanno delle “schiacciatine” rotonde che, arrostite tra due teglie infuocate, sono un piatto golosissimo se unito a “una loro certa salsa fatta di pepe rosso e sale e acqua” che chiamano “cili” e che usano in tutte le loro vivande. Rimane estremamente meravigliato della grande quantità di pepe e di peperoncino che vede essere consumato e specifica che ve ne sono varie specie, tonde e lunghe, grosse e piccole, ma tutto “forte e brucia dove tocca”, ottimo perché risveglia l’appetito e aiuta la digestione. Dal mais poi, egli afferma si fa anche un vino perché il vino vero, quello d’uva, non c’è nelle terre nuove, ma solo per imposizione del Re di Spagna che impedisce la coltivazione della vite per obbligare l’importazione dall’Europa dei vari tipi di vino perché “rendono alle sue dogane e ai suoi vassalli un tesoro infinito”. Poco vino quindi, in luoghi che poi nei secoli ne diverranno produttori. In compenso nota una bellissima mistione di “mantenimenti naturali e forestieri”: ci sono le galline come quelle che sono in Europa, ma anche le locali “che noi chiamiamo galline d’India”. La carne di vitello costa quasi nulla e, aggiunge, “un castrato vale otto giulii [baiocco d’argento dal valore di 12 denari o 1 soldo]; la carne del porco, fresca e secca è buonissima e a buon mercato e in abbondanza”. Sono relazioni come queste che avvicineranno all’Europa le terre nuove descrivendo con le novità anche la possibilità di un quotidiano in cui l’uomo del Vecchio Continente potrà con facilità, ed addirittura con felicità, vivere una nuova vita.