In queste ultime settimane stiamo assistendo ad una vera e propria esplosione d’interesse nei confronti dell’intelligenza artificiale, anche e soprattutto grazie al lancio mondiale della versione Beta del programma ChatGPT. Ingolosito dall’idea di sfruttare meningi elettroniche, ho fatto una piccola prova, chiedendo all’IA di raccontarmi la storia del supplì. Dopo 6,4 secondi, ecco il risultato:

Il supplì è un tipico piatto della cucina romana, a base di riso e mozzarella. La sua origine è incerta, ma si ritiene che sia stato inventato nell’Ottocento da alcuni ristoratori di Roma. Il supplì è fatto con del riso cotto al vapore, condito con sugo di pomodoro e formaggio, e poi avvolto in un involucro di impasto di mozzarella e fritto. Il risultato è una palla croccante all’esterno e morbida all’interno, con un cuore filante di mozzarella. Il supplì è solitamente servito come antipasto o come street food, e può essere accompagnato con salsine o altri condimenti a piacere.

Non male direi, soprattutto considerando che, con buona probabilità, è la prima volta che questa IA si sente porre questa domanda. Avendo la fortuna di poter accedere a tutti i testi conservati nel Garum, Biblioteca e Museo della Cucina di Roma, cercherò di riassumere per quanto possibile cosa ci raccontano le fonti su questo celeberrimo “antipasto” o “street food” che “può essere accompagnato con salsine o altri condimenti a piacere” e che pare “sia stato inventato nell’Ottocento da alcuni ristoratori di Roma”.

In principio fu la “surprisa”

La prima apparizione a stampa in un contesto gastronomico del termine alla base dell’odierno supplì la si trova in una commedia del senese Iacopo Angelo Nelli, nella versione testuale “surprisa”, derivante dal francese en surprise. Più precisamente la troviamo all’interno de Il tormentator di se stesso, edita per la prima volta nel 1755, nel cui atto secondo, scena ottava, Flaterno – uno dei personaggi – afferma:

“Io veramente mangio di tutto, e lo voglio assaporare, e ti assicuro che quella zuppa alla regina, quelle papardelle mescolate con quelle surprise, che ci hai mandato in tavola, potevano esser messe davanti ad un Re di Corona”.

A questa attestazione – difficilmente riferibile in sostanza ad un vero e proprio supplì – ne seguono poi nel secolo successivo altre due all’interno dei sonetti del romanissimo Giuseppe Gioacchino Belli. La prima nell’ultima strofa del componimento Er Papa I, composto nel 1831:

“Quer trerregno che ppoi pare un zuppriso / Vô ddí cche llui commanna e sse ne frega, / Ar monno, in purgatorio e in paradiso”.

Direttore di Garum, Biblioteca e Museo della Cucina