Il cocktail Balcanian Raphsody, da quel giorno, grazie anche all’influenza eminente di Ali Pascia di Tepeleni (1740-1822), ha varcato i confini del castello dove Byron aveva fatto sosta, per diventare lo spirito più bevuto in tutto l’Impero Ottomano prima, e tutti i Balcani durante il Novecento. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il suo successo nel Blocco Est ne espanse il consumo fino all’Estremo Oriente: dalla Siberia, d’inverno, dove viene servito caldo, a Shanghai, anche se in pochi sanno la genesi misteriosa di questo cocktail dalla semplice composizione: 1 parte di brandy o cognac albanese, 4 parti di infuso di tè delle montagne albanesi, succo di limone a piacimento e un cucchiaio da cucina di miele.

Spiriti nel tempo. Miti e origini

Si parte già con lo spoiler: quanto scritto poco sopra è falso, una fake news. Divertente, certo. Utile a costruire una mitologia attorno a un cocktail che non esiste. Ma come ogni invenzione, la sua base è reale e gli ingredienti sono documentati: il primo è che Byron, nell’autunno del 1809, stava attraversando l’attuale Albania, dove, a novembre, iniziò a scrivere Childe Harold’s Pilgrimage, diventato in poco più di due anni un best seller – fu anche ospite di Ali Pascia di Tepeleni, di cui parla con entusiasmo alla madre in una lettera datata 12 novembre 1809.

Per il secondo ingrediente di verità bisogna salpare sulle navi della Compagnia Britannica delle Indie orientali e immedesimarsi nel capitano Edward Venon, così preoccupato della quantità di rum che bevevano i marinai, da dare l’ordine, in una circolare del 21 agosto 1740, di razionarne la disponibilità giornaliera, mischiando il distillato con acqua, zucchero e lime. Questa bevanda, da esclusivamente alcolica ad anche rinfrescante, prese il nome di Grog (dal mantello di tessuto Grogan del capitano). E – rimanendo sempre nelle navi – se al Grog si aggiunge anche l’infuso di tè, così caro agli inglesi, ne risulta una bibita diffusa in tutto il mondo marinaio, arrivato da un libro di memorie del capitano William Dampner (A New Voyage Round the World, 1699): il Punch o Ponche, composto da 1 parte di arrak o rum, 4 parti di infuso di tè, succo di lime a piacimento e zucchero.

I viaggi in mare, quindi, sono stati l’ambiente di nascita dell’attuale Daiquiri: non inventato, quanto ribattezzato alla fine del Settecento. Vista la convergenza del periodo, per aggiungere una dolce verità a una secca finzione, basta fare un veloce confronto delle ricette ed ecco da dove è stato preso il Balcanian Raphsody.

Se la fama di questo cocktail, con le innumerevoli varianti dovute (è necessario ricordarlo) alla diversità delle materie prime o le esigenze del periodo storico, perdura fino a oggi, il merito lo si deve anche a Ernest Hemingway e alla sua passione leggendaria per i locali, da fargli avere il titolo di Papa – così lo chiamavano all’Avana. Come ogni grande bevitore, Hemingway richiedeva la sua versione dei cocktail. Ce lo possiamo immaginare al bancone di El Floridita, nella capitale cubana, a chiedere ad Antonio Meilan di togliere lo zucchero e raddoppiare la quantità di rum. Presentandosi ogni giorno alle 11 di mattina, poi alle 17, con addosso bermudas, maglietta ed espadrillas, lo scrittore annuiva alla richiesta del barista: Papa, dople [doppio]? Così nasce il Daiquiri di Hemingway, chiamato appunto: Papadople, a cui, più tardi, verrà aggiunto del pompelmo.

Chissà come mai la nascita e l’evoluzione dei distillati, dei cocktail, è pervasa da leggende e invenzioni, a volte con solide basi di realtà, a volte adiacenti al miraggio. Forse perché i fumi dell’alcol annebbiano la verità storica e chiunque, davanti a un bancone, diventa più portato alla fiction che al reportage; oppure, le mode e le tradizioni tramandate, sono gli ultimi residui di una cultura fondata sui racconti da bar.

Ma spogliata della magia, la storia si rivela nella sua nudità ancora più seducente. Mentre il distillato della canna da zucchero trasporta con sé spiagge, viaggi in mare e scoperte, il Gin ha una storia più complessa e altalenante. Questa volta a “trapiantarlo” e perfezionarlo nella propria terra, attraverso il Mare del Nord, sono proprio gli inglesi.

La storia insegna che un germoglio può fiorire anche in altre temperature e latitudini e ne abbiamo un esempio anche sul Gin: negli ultimi due decenni, iniziamo a trovare nei locali italiane infinite versioni botaniche e a km zero, ginerie specializzate che offrono migliaia di Gin selezionati da accompagnare anche alle portate. Attualmente sono 800 i produttori italiani, alcuni diventati ambasciatori rappresentativi dei territori dove vengono prodotti. Si può chiamare questo fenomeno il ritorno della febbre del Gin. Perché “ritorno”? Gli inglesi lo rivendicano come progenitori, gli olandesi come creatori, il valore di mercato nel 2022 ammonta a 14 miliardi di dollari ed è in continua crescita, ma quando nasce il Gin?




Profumo di Gin: l’esplosione delle bacche di ginepro

“Il clima radioso del ginepro / s’oscurò verso l’inverno. / Ella versò il gin sulle bacche di prugnolo / e sigillò il contenitore in un vetro.”
Seamus Heaney, da “Sloe Gin”, Station Island, 1984.

Per trovare l’antenato di quello che oggi conosciamo come Gin (distillato di un fermento ottenuto dai cereali, macerato con varie botaniche, tra cui spiccano le bacche di ginepro che danno il nome alla bibita) dobbiamo scendere di vari secoli, atterrando nel celeberrimo Compendium Salernitanum del XII secolo. La Scuola medica salernitana cita, per la prima volta, di distillato di ginepro, chiamato aqua ardens. Non dimentichiamo che, come per la cucina prerinascimentale la dietetica e l’arte culinaria erano inscindibili, i distillati venivano usati (anche) come medicinali. Mentre infuriava la Peste Nera (1347-1350), la gente bruciava incensi di ginepro, metteva nella Maschera del medico della peste bacche di ginepro e consumava litri e litri di elisir di ginepro, nella speranza – abbastanza azzeccata – di tenere lontana la peste. Azzeccata perché, pur non sapendolo, la peste era dovuta a una pulce parassita dei roditori e il ginepro è un antipulci naturale.

La prima versione dell’acquavite di bacche di ginepro è contenuta in Een Conselijck Distilleer Boek del 1552, a opera del medico Philippus Hermanni di Anversa. La paternità del Gin è sì dei Paesi Bassi, dove ebbe una grande diffusione, ma la popolarità è successiva alla Guerra dei Trent’anni (1616 – 1648) in Gran Bretagna, importato dai soldati di ritorno dall’Olanda. Usando gli ingredienti base della birra – luppolo e orzo – e le bacche di ginepro, quanto era conosciuto come Jenever diventa Gin e ha da subito un successo formidabile. Le cause principali sono, come sempre, ambientali: l’aumento delle tasse sul cognac e quelle sulla birra, fecero sì che il distillato di ginepro diventasse praticamente un sostituto dell’acqua: nel 1721 un quarto degli edifici abitabili di Londra erano dedicati alla produzione e alla vendita del gin, arrivando a 2.000.000 di galloni (1 gallone equivale a 4,5 litri) in un anno. Nel decennio successivo si contavano almeno 7000 negozi di gin per una popolazione di mezzo milione di abitanti. Ma è nel 1743 che in Gran Bretagna si raggiunse il record medio di 8 litri di gin a persona.

Perché “ritorno” della febbre del gin, era la domanda conclusiva del paragrafo precedente?

Gli storici sono più precisi e definiscono il trentennio che dura fino al 1751: “l’epidemia di gin”, finita per l’approvazione di una legge specifica, nota come Gin Act. Ormai era diventato una piaga sociale, in particolar modo presso le fasce più povere della popolazione. La legge decretò la fine del gin prodotto “in casa” e a basso costo. Ma paradossalmente la limitazione della produzione e del consumo, migliorarono la qualità del gin britannico e, verso l’inizio del XIX secolo, rispettabili uomini d’affari ripresero a commerciare questo distillato in tutta Europa e nelle Americhe. Per il suo più perfetto sposalizio, si devono aspettare i primi anni dell’Ottocento e l’ingegno di Jean-Jacob Schweppe, lo svizzero trapiantato in Inghilterra, che, oltre a brevettare l’addizione dell’anidride carbonica nell’acqua, inventò una bibita a base di chinina come presidio medico contro la malaria, oggi conosciuta come acqua tonica. Grazie all’intuito di Kemp ed Evill, nel 1858, l’acqua tonica indiana, da loro brevettata, venne pubblicizzata come bibita salutare e dissetante se abbinata al Gin. Che ritorna, dopo un secolo, nell’usanza quotidiana degli inglesi. Nonostante una fortuna altalenante, grazie alla sua versatilità, il Gin ha saputo integrarsi nella maggior parte dei cocktail conosciuti in questi due secoli, presenziando e come comparsa e come protagonista in poesie, romanzi e persino nel cinema.



Il MiTo cede il passo alla storia

“Martini, secco” disse Bond. “uno. In una coppa da Champagne profonda”. […] “Solo un attimo. Tre parti di Gordon, una di vodka, mezza di Kina Lillet. Agiti molto bene finché è ghiacciato, poi aggiunga una scorza di limone larga e sottile. Ha capito?”
Ian Flemming, Casino Royale, 1953

Trent’anni prima dell’iconico “agitato, non mescolato” di James Bond, fu un italiano, il Conte Negroni, un dandy e viveur di Firenze, appena tornato da Londra – cosa che, molto probabilmente, stava raccontando agli astanti, a chiedere al suo barman di fiducia del Caffè Giacosa di Firenze: “invece della soda, mi metta un po’ di Gin nell’Americano”. Da quel 1919 o forse 1920, l’Americano-alla-maniera-del-Conte-Negroni, in breve, divenne il Negroni. Chissà se il nobile avrebbe mai immaginato che quella sua variazione avrebbe portato, nel 2022, il cocktail che prende il suo nome, a diventare il più bevuto al mondo. La realtà si mischia alla leggenda già nella versione precedente (l’Americano, appunto): forse di origini milanesi, anche se la sua base, il MiTo (Milano, Torino) era un aperitivo molto in voga già alla fine dell’Ottocento. Per prepararlo si riempiva il bicchiere metà di Campari (simbolo di Milano) e metà di Vermut (simbolo di Torino), aggiungendo soda a piacere per renderlo più leggero e beverino. Il bitter Campari prende il nome dal suo inventore, Gaspare Campari, che lo inventò miscelando 60 tipi di erbe, spezie e frutta, assieme al colorante rosso vivo chiamato “rosso cocciniglia E120” – siamo nel 1860 – mentre la parola “vermut” è il risultato di una passione … per la poesia. Il ventitreenne Benedetto Carpano, verso il 1789, per aromatizzare il vino unì più di trenta spezie ed erbe aromatiche, tra cui l’artemisia. Il suo amore per la poesia di Goethe – si narra; siamo sempre nel confine tra storia e mito – lo portano a battezzare questa nuova creazione, oggi uno dei simboli della città di Torino, proprio Vermut: wermut è il nome tedesco per artemisia. Dare nome significa portare un elemento nella realtà, di cui la storia ne testimonia l’esistenza ma la fama, come ben sappiamo, si espande attraverso le leggende, i racconti.

La relazione tra Storia e storie, gli incroci di convergenze economiche, fantasticherie, credenze come di viaggi e scoperte, semplici intuizioni o usanze ormai sopite, hanno dato origine a un semplice Daiquiri, un Gin Tonic o un Negroni. E spesso, la Storia maiuscolata che si fonda su documenti e registri, è più eccitante, seducente, dei miti che accompagnano l’evoluzione della società, di cui siamo, consapevolmente o meno, intrisi. Come quello ormai divenuto un rituale degli aperitivi, lo spritz, che nasce – ma questa è un’altra storia.