Il Sangiovese è l’uva a bacca rossa più coltivata d’Italia, con più regioni coinvolte, soprattutto Toscana ed Emilia Romagna. Un’uva che da secoli è apprezzata, come scriveva Giovan Vittorio Soderini nel Trattato della coltivazione delle viti (1600):

“Il Sangiogheto, aspro a mangiare, ma sugoso e pienissimo di vino”.

Oppure l’agronomo Cosimo Trinci che, nel 1726, nell’opera L’agricoltore sperimentato scriveva:

“Il San Zoveto è un’uva di qualità bellissima e ne fa ogni anno infinitamente moltissima”.

O Giorgio Gallesio che, nell’Ottocento, definiva il Sangioveto come

“un’uva tutta toscana e forse la più preziosa delle uve di questo paese tanto caro a Bacco”.

Di seguito ci concentriamo su quattro vini emblematici della zona del Chianti. Nessuno dei quali riporta, oggi, la scritta “Chianti” in etichetta. A volte per scelta propria, a volte a causa delle decisioni delle commissioni giudicatrici.



Tenuta Carleone – Uno 2014

Siamo a Radda in Chianti (Siena) e qui Karl Egger, imprenditore austriaco, innamorato della zona, decide di acquistare 100 ettari e dare vita nel 2012 all’azienda vinicola Tenuta di Carleone. Affida la guida della cantina a Sean O’Callaghan, chiamato da molti Il Guercio, con esperienze, tra le altre, presso Riecine di Gaiole in Chianti. Fin da subito l’approccio in vigna è legato alla biodinamica. Nello specifico l’Uno, il cru dell’azienda, deriva dal vigneto “Mello”, di 20-25 anni, a Gaiole in Chianti (700 metri s.l.m.). Fermentazione spontanea con lieviti indigeni e affinamento in tonneaux. Una consistenza delicata, quasi acquosa, fatta di gentilezza ed eleganza. Grande freschezza (e sono quasi dieci anni). Secco e verticale. Sapidità incastonata con arguzia, tra accenni e rimandi. E poi molti stimoli che si susseguono: amarene, mirtilli, viole, alloro, timo, una liquirizia appena sfumata. Nel contempo, una bella componente vegetale, di erbe di campo e muschio ma, accorta, sullo sfondo, per dare spazio al resto. Un vino che definirei sensibile e acuto, senza ansia di prevaricare alcunché.





Montesecondo – Tin Rosso 2016

Siamo a Cerbaia in Val di Pesa (San Casciano) ed è verso il 2000 che Silvio Messana decide di dare nuova veste alla tenuta di Montesecondo, acquistata dal padre negli anni Sessanta. Circa 17 ettari curati con agricoltura biodinamica. Il Tin Rosso è Sangiovese in purezza nato da vigne di circa 20 anni, sui 400 metri s.l.m., cresciute su terreni di medio impasto costituiti da argille, calcare e sabbie. Fermentazione spontanea con lieviti indigeni e affinamento in dolium di terracotta da 420 litri. Inizialmente un po’ statico ma, più che altro, compatto, composto, contenuto. Come a serbare un percorso in divenire inizialmente tenuto nascosto. Nel tempo prende tonicità, rimane assai centrato, senza alcun sbrodolamento, con una morbidezza che lo avvolge. E diviene disinvolto e vellutato, anche ematico a tratti. Probabilmente un dettaglio su cui lavorare potrebbe essere la lunghezza, non eccessiva. Nel suo tutto ci si divincola tra ciliegie, melograno, eucalipto, una liquirizia gentile e echi di noci e nocciole. Un vino armonico, sicuro nel suo equilibrio.







Pacina – Chianti Classico 2005

Siamo a Castelnuovo Berardenga (Siena) dove ha sede un’altra azienda storica, Pacina. La sua origine è lontana ma l’attuale proprietà risale al periodo tra le due guerre quando Edoardo Pulselli acquistò il podere. Ora sono Giovanna e Stefano, coadiuvati dai figli, a portare avanti la gestione. Questo Chianti Classico è testimone delle vicende contrastate attorno alla denominazione DOC. Da un po’ di anni questo vino si chiama semplicemente Pacina, senza alcuna denominazione, in quanto rifiutato anni fa dalle commissioni e oggi, fieramente, al di fuori di tali logiche. Nello specifico è per lo più Sangiovese (circa il 95%) con saldo di Ciliegiolo e Canaiolo. Agricoltura biodinamica. Viti di circa 30 anni, a 350 metri s.l.m., su terreno argilloso sabbioso (tufo di Siena). Fermentazione spontanea in vasche di cemento con lieviti indigeni e affinamento di 12 mesi in fusti da 500 litri e botti da 170 e 250 litri di Rovere Francese di Allier. Un tannino gentile apre le danze per questo vino che, fin da subito, marca la sua presenza, il suo carattere e va imponendosi senza durezza, senza presunzione. Un flusso inebriante, pieno, avvolgente per un vino che appare il più succoso tra i primi. Rotondo e vellutato, a spasso tra morbidezze e acidità per una vita inesausta che, dopo 17 anni, continua a germinare respiri e movimenti. Il suo centro è tra le more e il gelso ma si rincorrono visioni di viole, pomodoro, liquirizia e una menta sottile. Grana fine e corpo saldo per un vino che ha saputo stupire.





Podere Le Boncie – Le Trame 2009

Siamo a Castelnuovo Berardenga, frazione di San Felice (Siena) e dagli anni Novanta colei che conduce l’azienda di circa 3,5 ettari è Giovanna Morganti, un riferimento da molti anni nell’ambito dei vini naturali. Il vino più iconico dell’azienda è questo Le Trame, frutto dell’unione di circa l’85% di Sangiovese a cui si aggiungono percentuali di Colorino, Foglia Tonda e Mammolo. Le viti di media hanno 15 anni e si trovano sui 300-350 metri s.l.m. Fermentazione spontanea con lieviti indigeni in piccoli tini tronco-conici e affinamento in botti grandi di diversa capacità. Questo, tra tutti, è il vino che più è evoluto durante la bevuta. Inizialmente un minimo di riduzione, quasi impercettibile e segnali di una evoluzione iniziale. A seguire un saliscendi che ha portato solo il giorno dopo questo vino ad esprimersi in tutta la sua potenzialità. Comunque la si guardi, un vino vivo, in mutamento, che si mette in gioco. Accompagna più che sovrastare. Si concentra tra succo e intensità. Appare a tratti più vellutato, a tratti più muscolare e, quando pensi stia cedendo, si ridesta come se avesse un nervo non risolto. Accostandosi e trovando il contatto, lo si vede lottare, scuotersi, con un fare energico e magnetico. E ci si immerge nel sottobosco, tra more, ribes, lamponi, muschio, note balsamiche mentolate non eccessive, castagne e un’impressione zuccherina, dalle parti del cioccolato. Probabilmente il meno cesellato dei Chianti ma il cui sorso è il preludio del successivo.