Il Pinot Grigio è uno dei vitigni più bistrattati ed emblematici quando si ha a che fare con le forzature interventiste o, più in generale, con la superficialità dell’iperproduzione.

Spesso l’idea di questo vitigno, presso buona parte delle persone, identifica vini con poco carattere, bianchi/trasparenti, scialbi, inconsistenti. I suoi acini sono spesso raccolti precocemente per provare a mantenere un’acidità che va dissipandosi con raccolte a piena maturazione. In altre parole, si mira alla semplicità standardizzata, a una timida acidità, a quella leggerezza compromissoria che tacita l’entusiasmo. Di conseguenza i risultati portano a vini destinati in molti casi a non rimanere impressi nella memoria, succedanei rispetto alla massa informe.

Ramato. Questo è il colore del Pinot Grigio. Partiamo da quest’assunto. Non quel bianco trasparente così comune ma una splendida trama immaginifica di rose, rame e ruggine.

Oggi il Pinot Grigio è un vitigno internazionale. Lo troviamo dovunque. In Francia, soprattutto in Alsazia. In Italia, più spesso nel Nord Est. In Slovenia, nel Brda ma non solo. E poi Germania, Austria, Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti e chissà dov’altro. Predilige climi freddi e buone escursioni termiche. Nonostante la sua diffusione a macchia d’olio, solo nel 2007 è stata riconosciuta la dicitura ufficiale di Pinot Gris (Pinot Grigio). Prima era un’altalena tra Grauer Tokayer, Tokay Grigio, Tokay di Alsazia, Tokay Pinot Grigio. Questo, si narra, per colpa di un barone austriaco che, dopo una guerra contro gli Ottomani, nell’odierna Ungheria, si porto in Alsazia alcune barbatelle convinto fossero del famoso Tokaj ungherese. E invece erano altro. Pinot Grigio appunto.

In generale è spesso riconosciuto come un vino facile, per molti. Spesso uno specchietto per le allodole, che gioca tra trasparenze e immediatezza. Ci sono difatti due scuole di pensiero. La più diffusa, soprattutto nei vini più industriali, è la vinificazione senza macerazione con le bucce e, magari, una raccolta anticipata. Ma c’è un’altra via che ama raccogliere l’uva assai matura per poi vinificarla con macerazioni, più o meno prolungate, con le bucce. Il risultato è il Pinot Grigio ramato, grazie al colore naturale che ha il grappolo.

Noi ci siamo concentrati su quest’ultima idea di vinificazione. Nello specifico prendendo in considerazione due vini del Collio Goriziano e due vini del Brda, Collio Sloveno.

Dario Princic – Pinot Grigio 2014 – Siamo ad Oslavia, in provincia di Gorizia, e qui Dario Princic vanta ormai una pluriennale esperienza, essendo attivo sin dal 1988. Il Pinot Grigio deriva da viti di 20-30 anni sui 130 metri s.l.m. cresciute su terreni marnosi e ricchi di arenarie. Fermentazione spontanea in tini aperti di legno, con otto giorni di macerazione sulle bucce. Affinamento di due anni in botte grande. Nessuna filtrazione né chiarifica. Aggiunta di pochissima solforosa all’imbottigliamento. Circa 5000 bottiglie prodotte. Per qualcuno potrà sembrare irriverente o vagamente scomposto. Io credo sia un vino vibrante che cavalca acidità e tensione, con una sapidità assai presente. Non è cesellato, i contorni non sono limati e va dondolando tra diversi stimoli: fragole, ciliegie, rose, rabarbaro, radici, respiri balsamici. È come se avesse voglia di parlare, di farsi vedere senza filtri, esplicito e palpitante.

Gravner – Pinot Grigio 2007 – Sempre Oslavia dove Josko Gravner si prende cura di 18 ettari, di cui, a oggi, 15 vitati unicamente a Ribolla Gialla e Pignolo. Il Pinot Grigio deriva da viti di 35 anni (ormai estirpate) sui 180-200 metri s.l.m. cresciute su marna calcarea. Fermentazione spontanea in anfore interrate georgiane con lunga macerazione sulle bucce, senza controllo della temperatura. A seguire svinatura e torchiatura. Affinamento di 5 mesi in anfora, 72 mesi in botte grande e 6/7 anni in bottiglia. Nessuna filtrazione. Nessuna chiarifica. Questo Pinot Grigio estremizza all’ennesima potenza quella voglia di accompagnare quest’uva fino al suo limite. Soprattutto inizialmente, così imponente che si fatica ad accoglierlo e a comprenderlo, anche per la sua gradazione alcolica importante (15,5 gradi). Poi potenza e alcol trovano un compromesso ed emerge la materia, la solidità, una trama in cui si rimane incastrati. Un vino profondo, viscoso, di una complessità vasta. Si attacca ai denti, imprime una forzatura, spinge alla sfida. Ci si inerpica tra liquirizia, Mon Chéri, caffè, terra, miele denso, universi balsamici. Un vino come prova di resistenza. Sintesi e dieresi.


Klinec – Gardelin 2016 – Siamo a Medana, nel Brda. Suolo principalmente composto da rocce eoceniche dette flysch, ricche di fossili marini. Viti di 30 anni sui 150-180 metri s.l.m. Fermentazione con lieviti indigeni e macerazione sulle bucce per 5 giorni. Affinamento di 36 mesi in botti di acacia. Poi in cisterne d’acciaio, nelle quali decanta fino a divenire limpido. Un vino nato da interventi minimi, mantenendo eleganza e finezza senza tralasciare genuinità e purezza. Giovane, certo, perché qui la vita è tanta. L’equilibrio è maestro e tutto si muove su di un velo, intrecciando melograno, effluvi di susine e prugne, erbe officinali, note ferrose vagamente affumicate. Fluisce senza zoppicare, dimostrandosi l’emblema di certa armonia.

Stekar – Pinot Draga 2013 – Nuovamente nella zona del Brda. Siamo sui 180 metri s.l.m. dove il suolo è la tipica Ponka (marne e arenarie plasmate nei secoli). Fermentazione spontanea in acciaio con lieviti indigeni e macerazione di circa 20 giorni sulle bucce. Poi passa due anni in botti di rovere. Non viene filtrato né chiarificato. Colore e intensità sono quasi da vini rossi. Spalle larghe, impronta vigorosa e voce che si disperde lungamente. Erbe medicamentose, amarene, fragoline di bosco, pomodori, note ferrose, genziana. In una parola, un tonico per lo spirito con acidità intensa ma integrata. Un vino che della superficialità se ne infischia. E sa essere esperienza al di là dei luoghi (gusti) comuni.