Fra il 1347 e il 1352 una epidemia di peste causa la morte di un terzo degli abitanti dell’Europa. E la Malvasia? Entra in una prescrizione contro la peste, che suggerisce di «bruciare ginepro e cipresso, non preoccuparsi di niente, star col cuor contento, mangiare bene e bevere meglio di un vin precioso e buona Malvagia».

La storia delle Malvasie è irta di sorprese, aneddoti, citazioni letterarie e leggende. È un viaggio dentro la storia dell’uomo fatto di conquiste, annessioni, miti e credenze popolari, intuizioni commerciali e marketing ante litteram. Soprattutto la famiglia delle Malvasie è una famiglia allargata composta da 16 Malvasie diverse riconosciute in Italia, con importanti differenze tra loro e padri e madri non sempre ben chiari. Ma questa famiglia allargata si è radicata in tutta Europa, grazie a diversificate rotte che hanno portato questo gruppo di vitigni a insediarsi in zone assai diverse tra loro. Riavvolgendo il nastro dell’evoluzione storica scopriamo che il nome Malvasia è stato, in passato, foriero di un messaggio più ampio. Inizialmente, come descritto da Pier de’ Crescenzi nel XIII secolo nel suo Liber ruralium commodorum, i vini si dividevano “in album, bianco e, vermilium, rosso. E poi in dulcem e bruscum, ed anche in vinum de plano ed in vinum de monte”.

È in questo contesto, privo della variegata scelta odierna, che i Veneziani introdussero la Malvasia e, da abili commercianti quali erano, ne crearono il mito. Un vino, come letto sopra, addirittura consigliato come toccasana per una possibile guarigione in tempi di peste. Malvasia, nella confusione dell’identificazione dei diversi genotipi di piante, divenne nome per valorizzare alcune varietà, originarie di luoghi diversi. Una sorta di sinonimo di qualità, di virtù, di riconoscibilità. Quello che oggi chiameremo un brand di successo a cui affidarsi per strappare un prezzo maggiore nella compravendita delle botti.

Certamente un tassello concreto fu la conquista delle isole del Peloponneso da parte dei Veneziani e l’annessione di quei territori al loro regno nel XV secolo.

Dai nuovi domini importò ogni golosità ed ogni prelibatezza: fra queste svettò un vino, che aveva il nome della cittadella portuale dal quale era imbarcato: Monemvasia, moni emvassis, porto con una singola entrata, che si trovava in Laconia, nella neo-acquisita Morea, assonato in Malvasia

Non tutte le Malvasie sono figlie di questa rotta e, per fare un piccolo esempio, la Malvasia Istriana, ampiamente diffusa tra Slovenia, FVG e Veneto, si pensa abbia origine in Dalmazia e non nel Peloponneso. Di fatto, l’unico punto in comune, è la considerazione della Malvasia come “vino navigato”, ossia figlio dei molti trasporti marittimi in voga nel Mediterraneo nei secoli. Tanto che ha senso parlare di:

Vino di Malvasia più che uva di Malvasia, perché in realtà quello che i Veneziani creano ed esportano in Europa non è un vitigno particolare, ma un modo di fare vino, un tipo di prodotto innovativo ed esclusivo. Certo, le uve vengono scelte in base a precise caratteristiche e vengono lavorate seguendo tecniche afferenti; sono però uve simili e complementari nelle caratteristiche che si vogliono dare al vino, ma diverse tra loro, un blend si direbbe oggi.

È davvero un viaggio pieno di rocamboleschi passaggi e incroci di traiettorie umane, in cui un’idea diviene un progetto e poi un’abitudine e, oggi, una pluralità di interpretazioni con la consapevolezza delle intrinseche differenze.

Di seguito alcune Malvasie emblematiche e assai differenti tra loro:

Vignai da Duline – Chioma Integrale 2018

Malvasia Istriana in purezza dai Colli Orientali del Friuli, dalle parti di San Giovanni al Natisone. Il suolo è calcareo e argilloso e i vigneti hanno sui 60 anni. Malvasia vendemmiata a fine settembre, una notte di macerazione sulle bucce, fermentazione con lieviti indigeni e affinamento di 8 mesi in barrique e botti di rovere. Dal naso alla bocca un flusso floreale maestoso. Morbidezza e sapidità. Pienezza e armonia Il legno non è invadente e dona un’eleganza rara a questo vino che si dipana tra fiori, frutta a polpa bianca delicata e un miele effimero intriso di sfumature vegetali.

Podere Pradarolo – Vej 2004

Malvasia di Candia Aromatica in purezza cresciuta a Varano de’ Melegari (Parma). Viti di circa 25 anni sui 250 metri s.l.m. cresciute su suolo argilloso calcareo. Fermentazione spontanea con lieviti indigeni, macerazione di 60 giorni sulle bucce e affinamento in botti di rovere grande per 16 mesi. Ulteriore affinamento in bottiglia. Riposo sui lieviti per sei anni. Nessuna filtrazione né chiarifica né aggiunta di solforosa. Un vino senza tempo, in una dimensione eterea, quasi ascetica, che potrei definire spirituale. Immerso tra the verde, tisane, pesche disidratate, ginepro, note fumé, incenso. Un vino, intriso di evoluzione, che lascia una traccia, permea il percorso, accende la riflessione, dona conforto, regala un ritrovo. E rimane senza fine.

Lantieri – Malvasia delle Lipari passito 2013

Malvasia delle Lipari in purezza direttamente dall’isola di Vulcano, una finestra sul mare e la lava nel cuore. Vigne di circa 10-12 anni sui 180 metri s.l.m. su terreno sabbioso. Particolare è la vendemmia che avviene in due momenti: la prima con le uve raccolte non ancora mature e stese sui graticci e la seconda dopo un periodo in cui una parte di uve vengono fatte appassire in pianta. A seguire fermentazione spontanea con lieviti indigeni e affinamento in acciaio. Un passito che è un autentico gioiello. Mantiene una beva fluida senza risultare abboccato. Lasciandolo ambientare nel bicchiere dona un’ampiezza di sfumature che lascia basiti. Certamente il caramello e la liquirizia ma pure ginepro e altre visioni a rincorrersi. Un vino essenza, denso, vischioso, goloso.

Raccontastorie del vino, poeta, curioso della vita