L’amore per la cucina ha origini nella mia prima infanzia.

Quando ero un bimbetto di 4 o 5 e anche più, la mia tata Carolina mi portava a passeggiare fino alla casa dello zio Emilio che si trovava ai margini del paesino agricolo, dove vivo tuttora. La casa si affacciava su grandi prati, contornati da filari di gelsi, che fornivano foglie per nutrire i bachi da seta, per la filanda di famiglia.

I prati erano vasti, e si coloravano secondo stagione e coltivazioni, bianchi di neve all’inverno, verdi e profumati d’erbe da fieno in primavera e dorati d’estate con le spighe del grano maturo.

Mi divertivano molto le visite dallo zio Emilio, dove la grande attrattiva era per me la sua la cucina presidiata dalla governante dello zio: si chiamava Emilia, un donnone alto e grosso, che sempre con grande tenerezza mi ammaniva qualche golosità. In cucina su uno sgabello posava, di volta in volta fragranti biscottini usciti dal forno, o un piattino colmo di un intingolo di stracotto e fettine di pane che, opportunamente imbavagliato, intingevo nel sugo, o ancora una tazza di latte e panna, la panera, in cui sbriciolare un pan de mej, (pane di miglio) vale a dire una merenda di antica tradizione meneghina.

In quel tempo ormai lontano imparai ad amare le cucine e le loro atmosfere imbalsamate di aromi stuzzicanti e profumati.

L’impronta delle merende prelibate della tata Emilia ha fatto di me una persona curiosa e golosa.le cucinette

Un tempo era facile trovare nelle tabaccherie e nei negozi di alimentari quadretti intagliati nel legno che rappresentavano l’interno di cucine. Piccoli manufatti ingenui – subito identificati “cucinette” – che con un tavolo, qualche seggiola, una stufa o un caminetto acceso e alcuni utensili: pentole, mestoli, forchettoni appesi, raccontavano l’atmosfera tiepida e profumata del locale più casalingo della casa.

Durante uno dei miei viaggi in America Centrale, piaciuta, vista e acquistata una cucinetta a un mercato di Oaxaka, città del Messico meridionale, che, diversa dal solito quadretto intagliato nel legno, era una piccola scatola, contenente vari oggetti formati da diversi materiali, dava maggior verità’ alla raffigurazione di un interno di cucina in miniatura.

La trouvaille messicana sollecitò il mio desiderio di possederne altre e altre ancora. E fu così che iniziò la ricerca, divenni un collezionista di cucinette e la messicana, fu d’ufficio, la capostipite della mia collezione di 190 pezzi dalle dimensioni che variano dalla più piccola (cm 2,5 x 3) alla più grande (cm 120 x 80), tappezzando le pareti dell’office di casa mia.

La collezione

Sul calendario le primavere si stavano rapidamente affastellando e le mie ricerche, dalle cucinette artigianali si erano avvcendate su interni più elaborati con mobili e arredi, talvolta veri piccoli capolavori, talvolta disegni acquarellati come quello dell’illustratore Lele Luzzati (1921-2007) e l’acquerello dell’artista fiorentina Chiara Rapaccini o interni di cucine appartenute a case di personaggi famosi come quella del pittore Claude Monet a Giverny in Normandia, la straordinaria composizione, di legno, ceramica e ghisa di Elena Pelizzoni, che riprende in una chiave più raffinata, la tradizione delle cucinette intagliate, o ancora la gouache del pittore greco Spiros Agatarko che mi ritrae in una cucina di Kastellorizo, ultima isoletta greca in fondo all’Egeo.

Di primavera in primavera in fatto di cucinette sono felicemente arrivato al capolinea e ritengo la mia collezione conclusa.

Avvocato, curioso, goloso e buongustaio