“Dio si presenta alle porte del Paradiso e vede due file: una sterminata, con migliaia di uomini, e una composta da un solo uomo. Allora domanda a quelli della fila enorme:

“Chi siete voi?”
“Siamo gli uomini che per tutta la vita si sono fatti comandare a bacchetta dalle mogli”.
Poi si gira verso l’altra fila:
“E tu cosa ci fai lì?”
“E che ne so, è mia moglie che mi ha detto di mettermi qui!”
Da: E Dio rise di Marc-Alain Ouaknin

Dopo quaranta giorni e quaranta notti di pioggia incessante, finalmente il diluvio universale ebbe termine. Noè scese dall’Arca, liberò tutti gli animali che aveva accolto obbedendo ai divini comandamenti e se ne andò con moglie e figli a piantare una vigna. Quando i frutti della vite furono maturi, pigiò i grappoli, ne fece vino e con quel succo dal sapore amabile si ubriacò.

Quella scoperta, che divenne un elemento fondamentale della religione e della cultura ebraica, era un dono divino presente in diverse altre culture: Osiride in Egitto, Dionisio in Grecia e Bacco nell’Antica Roma. Le mitologie rappresentano anche la diffusione della vite perché ben presto l’umanità scoprì che il succo dell’uva, lasciato spontaneamente a fermentare, portava allegria e benessere.

Le terre d’Israele erano ricche di vigneti e quella bevanda alcolica divenne simbolo di gioia e prosperità anche per i cristiani: che festa sarebbe stata se, alle Nozze di Cana in Galilea, Gesù non avesse trasformato l’acqua in vino?

Nell’antica Cananea, il cui nome deriva da Canaan nipote di Noè, la vite era considerata una pianta messianica portatrice di letizia. Ciò nonostante, non mancano nella letteratura ebraica gli avvertimenti per un’assunzione moderata e responsabile del vino, con l’eccezione della festività di Purim caratterizzata da un’atmosfera carnevalesca, dove i giovani si travestono e cantano, mentre agli adulti è concesso di “alzare il gomito”.