La cucina di mia nonna era al piano terra di una grande casa di campagna, in un paesino minuscolo vicino a Ferrara: Cocomaro di Focomorto. Abitanti 466.

Dall’ingresso sul retro, quello che dava sui campi, la cucina spiccava subito come un ambiente confortevole, specie in inverno, per un motivo molto semplice: era il luogo più caldo della casa.

Ricordo quando si entrava, ancora con il cappotto addosso, nell’enorme atrio con il pavimento in pietra rossa e dalla parte opposta della cucina si trovava il magazzino per gli attrezzi. Il freddo stagnava tra le pareti della casa e ci si toglieva il cappotto una volta entrati nella stanza attorno cui brillava la vita della famiglia: la cucina. Ad accoglierci c’era una stufa a legna – di quelle vere, di quelle vecchie, di quelle massicce. Avete presente quelle stufe sovrastate da un ripiano in ghisa, composto da anelli concentrici sui quali appoggiare le pentole per cuocere o sopra cui sfregarsi le mani, in attesa di tornare a una temperatura normale? Ecco, potete avvicinarvi alla gioia che si provava nell’arrivare proprio lì.

Il cerchio più piccolo aveva un piccolo foro, al centro nel quale si poteva infilare un lungo uncino metallico per aprire un incavo che dava direttamente sulle braci: credo per semplificare la carica della legna o per la pulizia.

Era la cosa più pericolosa, affascinante e magnifica che ci fosse in quella casa e noi bambini dovevamo assolutamente girarci alla larga.

Sopra ai cerchi concentrici di ghisa, come un sole che illuminava la stanza, stava sempre qualcosa a sobbollire: un brodo, una zuppa, dei fagioli, della carne lessa e in autunno le castagne, di cui ricordo ancora la fragranza. Non era l’unica cucina della casa, ne avevano una con il forno a gas ma era un’altra cosa; la prima era la cucina per antonomasia, quella in cui si chiacchierava, dove fare da mangiare era un lavoro condiviso e tutti, dai più piccoli ai più grandi, si sentivano in dovere di dare una mano. Era il luogo in cui si mescolavano ingredienti, si preparavano pietanze e il tavolo diventava uno strumento di lavoro per impastare, tagliare, macinare. Quando era tutto pronto, lo si portava nella sala da pranzo dove, finalmente, si potevano gustare le golosità della cucina di mia nonna, vera regina del focolare.Qualche tempo fa ho tenuto alcune lezioni sul futuro della comunicazione e sulla tecnologia, nello stabilimento di un’importante azienda di cucine, specializzata in prodotti di design raffinati e piuttosto costosi.

Durante queste lezioni c’era una parte dedicata alla pratica, in cui ognuno dei partecipanti (per lo più rivenditori) doveva simulare di creare dei contenuti social per far conoscere il brand aziendale. La difficoltà più grande era quella di cercare di allontanarsi il più possibile dalla pubblicità tradizionale per creare una sorta di empatia diversa, accattivante, che attirasse, in qualche modo, l’attenzione del pubblico.

Ricordo di aver suggerito di comunicare le funzioni della cucina provando a immedesimarci nei suoi elettrodomestici, a cambiare punto di vista. Erano tutti un po’ stupiti, in verità, a cambiare totalmente la prospettiva. Credo nessuno dei presenti si fosse mai chiesto: come mi vede il forno? Ho posizionato il cellulare all’interno del forno e, con l’aiuto di un telecomando, ho fatto brevi video mostrando come sarebbe stato il suo punto di vista durante la preparazione dei cibi. Stesso procedimento con il frigorifero, il secchiaio, il piano cottura e così via.
A questo punto mi sono reso conto di una cosa curiosa: una sorta di binario passava sopra la mia testa e correva dalla piastra ad induzione al piano di lavoro e poi ancora fino al lavandino. Vista la mia sorpresa la risposta è arrivata immediata: si trattava di un binario sul quale agganciare una videocamera o un cellulare per potersi riprendere durante le preparazioni culinarie.

Incuriosito dalla cosa ho approfondito con i responsabili marketing e con lo stesso amministratore delegato i quali mi hanno spiegato una cosa molto semplice: la cucina oggi non è un luogo per cucinare e basta, anzi, è un luogo da vivere e in cui mostrarsi se si decide di mettersi ai fornelli. Mostrarsi, appunto, in linea con “la grande abbuffata di cuochi” che abbiamo visto e stiamo vedendo in TV negli ultimi anni. Questa tendenza ha reso sempre più la cucina (e il cucinare) un luogo di grande attrazione e una forma di straordinario e domestico intrattenimento (io stesso qualche anno fa ho ripreso la cottura della salama da sugo ferrarese per sei ore consecutive, ottenendo migliaia di visualizzazioni su YouTube). Quella che amo definire “Generazione JustEat” usa la cucina in modo opposto al vecchio utilizzo che faceva mia nonna della sua. Anche nell’interior design, ormai, il muro tra la vecchia cucina e il vecchio salotto è stato abbattuto, amalgamando questi due spazi in un unico solo, il living, ovvero un posto da vivere, dove preparare aperitivi a base di vino e taglieri e in cui chiacchierare, oltre a consumare pasti ordinati in uno dei vari servizi di delivery oggi esistenti.

La cucina è senza dubbio l’ambiente della casa cambiato maggiormente in questi anni, passando dall’epicentro della vita famigliare dove si cucinava e chiacchierava, dove la pentola era sempre a bollire piatti tipici a cottura lunga, a luogo in cui si consumano pasti preparati altrove, oppure in cui si cucina pensando alla resa sui social.

Se provi a immaginare una casa degli anni ’50, una degli anni ’70 e una degli anni Dieci di questo secolo, la “stanza” che è cambiata di più, pur rimanendo il centro della casa e della convivialità, è la cucina.

Per questo la dovremmo usare, ogni tanto, come un raccoglitore di storie e piatti che non tendiamo più a cucinare. Come faceva mia nonna, e forse anche la vostra.