Il nuovo Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica la questione del cibo, le abitudini gastronomiche, la cucina e l’importanza della ristorazione, sempre più centrali, nell’economia e nella cultura nel nostro Paese.

Studiata dall’antropologia (Claude Lévi-Strauss, Marcel Mauss), la pratica alimentare è divenuta una questione sociologica a partire dal secolo scorso, da quando Georg Simmel (1910) ci ha introdotti a un’insolita “sociologia del pasto” (in Estetica e sociologia, Armando, 2006) e Norbert Elias (1969) ne ha fatto una questione di educazione e galateo a tavola (La civiltà delle buone maniere, Il Mulino, 1998).

L’educazione alimentare ha svolto un compito importante, permettendo di passare gradualmente dalla quantità come misura della soddisfazione (basti ricordare Gargantua e Pantagruel di Rabelais) alla qualità del cibo. Un’opera di raffinamento del gusto che, più recentemente, è stata corroborata da una serie di programmi televisivi, contest, corsi di cucina, attività promozionali, provocando persino una “gastromania”, che – come osserva Gianfranco Marrone in Gustoso e saporito (Bompiani, 2022) – “tende a spaccare il pubblico, producendo estremi entusiasmi e accigliati dileggi”.