1970. Le porte del celebre club musicale Piper si aprono per l’ennesima serata che raccoglie la crème della scena intellettuale e mondana di Roma. Mina, Patty Pravo, i Pink Floyd, Mario Schifano, Renato Zero. Lì prende forma il beat italiano; lì prende senso la parola “underground” in Italia. “Gli anni del Piper” avrebbero detto, tempo dopo. Nel tempio della sperimentazione musicale irrompe uno stilista americano stabilitosi a Milano da un decennio, artista riconosciuto, che inscena una sfilata tra performance artistica, happening di matrice Fluxus. Ha appena creato una collezione, frutto di una collaborazione con Findus e fa sfilare le sue modelle vestite di tessuti dove ha impresso rigatoni, cosce di pollo, uova fritte, sughi alla puttanesca, ortaggi, lasagne, ciliegie, angurie e asparagi. Immaginiamo il fermento dell’ambiente, delle star del momento. Tutti lo conoscono, desiderano i suoi abiti, il suo nome nel proprio armadio. Certo, non è il primo ad avere impresso elementi gastronomici nella moda. Josephine Baker ballava con un casco di banane addosso, incantando una Parigi difficile a stupirsi nel 1927. Elsa Schiaparelli e Salvador Dalì nel 1937 unirono il loro genio per un abito destinato ai musei: su un tessuto leggero come il tulle di seta, Dalì disegno un’aragosta messa in obliquo e Schiaparelli una fascia da mettere in vita dello stesso colore del crostaceo. Nel dopoguerra la popolazione aveva fame di colori e Givenchy, maestro nel catalizzare i desideri dell’epoca, nel 1953 impresse dei limoni su un abito, omaggiato da subito con la copertina di Elle France. Il fermento artistico degli anni Sessanta fece venire l’idea a Andy Warhol della souper dress, una linea di abiti a trapezio ricoperti con stampe di scatole di zuppa. Ma è nel ’70, tornando al Piper, all’artista biondo dagli occhi di ghiaccio e stilista rivoluzionario, che per la prima volta nella storia, una collezione di moda diventa il tributo all’universo enogastronomico: Ken Scott Cooks Something New! è un successo e lo “stilista/pittore” (così lo chiama la stampa) rivela, candidamente, dopo lo show: “Io disegno i miei modelli con i temi delle mie passioni”. Il cibo, dunque; quello italiano, per eccellenza.

1969, Via Corridoni, Milano. Apre un ristorante dal nome Eats & Drinks. A disegnare tutto, dagli interni ai bicchieri, dagli sgabelli ai piatti, poi le lampade, i tessuti sui muri, i quadri, e spesso ai fornelli per gioco, un artista, stilista, demiurgo di un’atmosfera culinaria dedita totalmente a quanto oggi chiameremmo food mood. Sempre lui, Ken Scott che finalmente apre il suo ristorante, declinando come ogni artista vero fa, a modo suo, il motto della Bauhaus dal cucchiaio alla città. Prima di Armani Casa, Armani Privé, molto prima della Gucci Osteria, Ken Scott, anticipando i tempi, omaggia la sua passione per la gastronomia italiana con un’installazione artistica a uso e consumo delle persone: un ristorante. Non che ci fosse, in quel momento, un progetto economico di allargare il proprio business nel settore alimentare, come accade oggi. Il Made in Italy doveva ancora essere la più efficace brandizzazione del connubio cibo/moda dell’italianità per l’estero. Semplicemente, l’artista unisce la passione per la cucina italiana con l’impronta del designer degli interni e invece di uno showroom o un atelier, inaugura un ristorante dove spesso, per gioco e divertimento, si mette ai fornelli. Uno dei suoi piatti più spettacolari era il prosciutto cotto alle spezie e all’arancio; il prosciutto veniva infornato con l’aggiunta di spezie e per renderlo agrodolce, il cuoco “d’occasione”, lo condiva con l’arancio.

Ma chi è questo demiurgo, visionario e anticipatore che cresciuto oltreoceano mette radici in Italia?

George Kenneth Scott

Più che chiedersi chi è Ken Scott, sarebbe il caso di raccontare cos’è stato e cos’è, ancora oggi, Ken Scott. Nato in Indiana, nel 1918, George cresce respirando l’atmosfera del midwest americano. Impara, già dalla tenera età, a coniugare la produttività industriale tipica della sua zona a una fascinazione innata per la natura, di cui assorbe ogni elemento, profumo, cromatismo. Le sue pupille assorbono i colori con una velocità sorprendente ma il giovane George Kenneth non riesce governare tutta quella bellezza di cui è investito, tenerla per sé, ed è lì che nasce l’artista Ken, nel desiderio di restituire agli altri un pezzo di quella bellezza, attraverso le sue mani.

L’arte, si sa, è il connubio perfetto tra istinto e mestiere, e se il primo elemento gli è connaturato, per il secondo parte alla volta di New York – direzione prima Parsons School of Design, poi Moses Soyer. La Grande Mela gli offre la possibilità di frequentare atelier di artisti diventati in breve amici come Chagall e Matta. Peggy Guggenheim si invaghisce della sua arte e nel 1944 gli organizza la prima personale. Ma di altre visioni ha bisogno, di altri colori, Ken Scott e pochi anni dopo, agli albori dei ruggenti Cinquanta, approda in Francia, tra Parigi e la Costa Azzurra. In mezzo alle tele, disegna anche fiori per i produttori di tessuti francesi, finché Christian Dior sceglie un bocciolo di rosa rossa su fondo blu notte per un abito primaverile, che presenta alla sua collezione haute couture. È il 1954 e l’abito ha un successo sorprendente.

“Un giorno cominciai a disegnare tessuti, quella fu la fine della mia carriera da pittore”, dice in un’intervista. Nel frattempo, si infittiscono i viaggi nel Bel Paese mossi dalla curiosità, certo ma soprattutto dall’impazzimento amoroso per l’Italia. L’anno seguente il successo parigino del suo tessuto targato Dior, fonda con Vittorio Fiorazzo il marchio Falconetto, destinato a rivoluzionare la moda italiana e non solo. Le sartorie esordienti dell’italian look iniziano ad attingere a piene mani dal suo vulcanismo creativo. Jole Veneziani, Biki, Likis, altri marchi inseriscono nelle loro collezioni le stampe di Ken Scott. In una manciata di anni arrivano le collezioni personali al Pitti di Firenze e la sua Milano, che vede come casa operativa, come l’Italia intera, continua imperterrita a restituirgli l’amore, lo stesso che ha portato un giovane artista americano a insediarsi qui.

Il primo a …

Nella storia della moda (del costume, in generale) se ci fosse una sezione del “primo a”, Ken Scott avrebbe un capitolo centrale. Abbiamo aperto questo articolo con due date ma anche due eventi destinati, a distanza di pochi decenni, a diventare ormai consueti, ed entrambi hanno lui come capostipite: la prima collezione ispirata al mondo culinario; il primo ristorante brandizzato con il marchio e la poetica di uno stilista. Il termine stilista è stato introdotto in italiano dalla critica e scrittrice Anna Piaggi per definire un giovane e geniale talento della moda: Walter Albini. Ma chi frequentava l’ambiente in quegli anni sa benissimo che Ken Scott era lo stilista per eccellenza, radicato nel suo tempo come i fiori che tanto amava e ogni fiore, sappiamo, è una promessa di primavere future. L’artista, lo stilista, il designer, il “giardiniere della moda”, cuoco per gli amici Ken, di quel futuro, è stato un profeta visionario. Ha inventato gli abiti da sera-sottoveste e i così chiamati beach jamas dai pantaloni scampanati a vita basta. Il primo a stampare i suoi disegni su lana per abbigliamento già nella collezione invernale ’58 -’59. Anni prima dell’ondata sessantottina, dell’amore libero, i fiori per la pace, i vestiti, le copertine di libri, arte, dischi flower power, Ken Scott ormai lo faceva da anni, come già nei primi anni Sessanta ha inventata il look gipsy chic per l’alta moda. Tra i primi pionieri della moda a proporre il total look, la sua gittata sul presente la vediamo in ognuna di queste intuizioni. In un articolo sul Time del novembre del ’68: “Ken ha usato colori psichedelici prima ancora che qualcuno sapesse cosa significava psichedelia. Nessuno osa accostare i colori tra loro come fa lui”.

Eredità

Il seme della poetica di Ken Scott lo possiamo vedere fiorito nelle immagini fast food di Moschino, collezione 2014; per non parlare delle stampe di spaghetti sui vestiti dal sapore retrò presentate da Dolce & Gabbana nella collezione primavera-estate 2017. I fiori, vera e propria ossessione artistica, sono stati un perno attorno a cui ha ruotato tutto il suo immaginario, ispirazione e banco di prova per la sperimentazione cromatica. Alessandro Michele, una delle personalità più eclettiche e geniali della moda, direttore creativo di Gucci dal 2015 al 2022, si è immerso nell’Archivio Ken Scott per un anno e il risultato è la collezione Epilogue del 2021, dove Gucci sposa i fiori e l’universo di Ken Scott. Dalla sua dipartita nel 1991, “il giardiniere della moda” ha lasciato un’eredità diventata una fonte inesauribile in un parco dominato da tutti i colori possibili, dove artisti, stilisti, designer, continuano ad abbeverarsi e a sostare per trovare ispirazione.

Ken Scott è un nome declinato al futuro ma che ha le radici radicate in ogni presente. L’unico sinonimo possibile potrebbe essere evergreen.