Oggi, come nei secoli passati, si è tanto scritto e parlato della Barbera, sotto diverse vesti. Questione puramente di costume, non di certo fondante per stimarne la qualità. Pensarla femmina o maschio è argomento di cui si è dibattuto, con opinioni contrastanti e considerazioni soggettive, senza mai alcuna conclusione assolutista. Ripensare ora, nell’incertezza e nella variabilità delle forme di genere di cui si perde il conto, potrebbe portare a chissà quali altre considerazioni. È un gioco, dopotutto. Serissimo, per alcuni. Per chi crede che il vino abbia un’anima, per chi ne sviscera le sfaccettature, per chi ne traccia un ritratto cercando di restituirne la più profonda essenza.

 

Ci hanno provato in molti a definire la Barbera, a caratterizzarla. Carducci, Pascoli, Brera, Veronelli, Arpino, Gaber, per dirne alcuni. Pascoli, nell’Ode A Ciapin, ricordando Giuseppe Galliano, tenente colonnello del Regio Esercito Italiano morto nella battaglia di Adua nel 1896, scrisse:

Serba la tua purpurea barbera / per quando, un giorno che non è lontano / tutto ravvolto nella sua bandiera / torni Galliano.

Carducci, in pochi versi, essenziali, riuscì a sintetizzare un mondo e un sentimento:

Generosa Barbera / Bevendola ci pare / di essere soli in mare, / sfidando la bufera.

Ritraendone così l’anima più profonda. La Barbera irruenta, irriverente, dall’acidità ingombrante è al contempo accogliente e abbondante, generosa, appunto, e faro nella tempesta. Alla Barbera ci si può aggrappare, affidandosi, senza paura. Solo chi ama il vino potrà comprendere questo trasporto, l’elevazione a intenso riferimento.

Parliamo di un vitigno che ha attraversato i secoli senza essere mai considerato l’eccellenza. In terra piemontese quel ruolo spettava al Barolo, il vino della festa, bene di lusso per le persone che potevano permetterselo, il vino da vendere rispetto alla Barbera, considerato il vino da bere, il vino della quotidianità, di fatto quello più diffuso e importante, il vino sulla bocca di tutti. Gianni Brera, uno tra i più grandi giornalisti italiani, scriveva, a tal proposito: La Barbera, vino di tutti i giorni che può anche essere fenomenale. Piccola grande verità. La qualità rintracciata al di là dell’economia per un vino popolare, oggi come ieri. Dalle antichissime origini seppur conosciuto con questo nome solo dal XIII secolo. Prima è probabile che la si denominasse “grisa”, “grisola”, “grissa”, accomunando la Barbera all’Uva Spina grazie alla caratteristica acidità di entrambe. Se ne trova traccia nel Liber Ruralium Commodorum, celebre trattato di agronomia, viticoltura ed enologia del 1304, dove si parla di “grissa” come “vinum optimum et servabile et potens valde” (vino ottimo, serbevole e molto potente) “tenuta in grandissimo onore nella città di Asti e nei dintorni”. Nei secoli a seguire può risultare identificata come “vinum negrum” e, successivamente, “vinum Berberis”. Al di là dei nomi, il suo valore e la sua diffusione sono state alterne. Il suo carattere indomito e spavaldo traghettato dall’acidità, certamente non stemperata dall’abitudine, nel passato, di bere vini giovani, ha limitato la sua valorizzazione. Solamente dal XVII secolo va consolidando le sue fortune nell’area di Asti e provincia e, da metà Ottocento, anche nelle Langhe. Un aneddoto curioso riguarda il marchese Filippo Asinari, sorta di export manager ante litteram, che a inizio Ottocento, spedì in Brasile alcune botti di Nebbiolo e Barbera ottenendo riscontri entusiastici in merito a quest’ultima: “… aveva una forza singolare congiunta al profumo ed al colore dei vini più vecchi e celebrati”.


La fine dell’Ottocento e il Novecento sono stati anni difficili per questo vitigno. I prezzi bassi, prima appetibili in Italia e in Francia, risultarono poi alti quando i vini del Sud Italia iniziarono ad arrivare al Nord. A ciò si aggiungano i dazi doganali francesi di fine Ottocento. Il risultato fu di puntare sulla quantità e non sulla qualità, tagliando la Barbera con altri vitigni, dequalificando ulteriormente la sua fama a vino per i meno abbienti. Le guerre del Novecento non hanno aiutato e, nonostante un rinnovato interesse negli anni Sessanta, lo scandalo del metanolo degli anni Ottanta vide la Barbera come uno dei principali attori, motivo per cui finì ulteriormente sotto l’occhio del ciclone. È solo grazie all’intransigenza e alla convinzione di alcuni vignaioli che oggi possiamo godere dell’ampia varietà qualitativa di questo vitigno. Uno tra tutti è stato Giacomo Bologna della cantina Braida, sostenitore, prima di altri, delle potenzialità della Barbera e delle sue possibili interpretazioni. Oggi è noto come sappia essere avvincente e colma in gioventù e pure adatta a lunghi invecchiamenti grazie alla sua acidità. Come è risaputa la sua capacità di mostrare molteplici volti a seconda degli affinamenti (cemento, acciaio, botti grandi, barrique, anfora) e delle zone di produzione. Più del 50% dei vigneti si trova in Piemonte ma è largamente coltivata nell’Oltrepò Pavese, in Emilia-Romagna, tra i Colli Piacentini e i Colli Bolognesi, in Veneto e meno diffusamente nel Sud Italia. Anche all’estero è assai nota, soprattutto in Slovenia, California, Uruguay e Argentina.

Di seguito quattro esempi di Barbere assai diverse tra loro, nella zona, nell’affinamento, nell’evoluzione, pur selezionate nel solo Piemonte, tra le Langhe e il Monferrato.

Giuseppe Rinaldi – Barbera d’Alba 2018: siamo in zona Barolo e servono poche presentazioni: questa, da decenni un autentico punto di riferimento. Questa Barbera, affinata tra acciaio e pochi mesi in legno, appare giovanissima, sanguigna, dall’acidità intrigante e pure con una sua eleganza, nonostante l’impetuosità. L’intensità va distendendosi lungo i minuti e nel mentre ciliegie, lamponi e sbuffi vegetali si accostano e si sorpassano vicendevolmente. La concentrazione non è il centro, piuttosto un’irruenza moderata che sa essere leggiadra senza apparire troppo aggraziata.

Bera Vittorio e figli – Barbera D’Asti Ronco Malo 2017: siamo a Canelli e l’azienda Bera ha origini antichissime, occupandosi di viticoltura sin dal 1758. Antesignani dell’agricoltura biologica (dal 1964). Questa Barbera fermenta e affina solamente in cemento e mostra grande nerbo. Tanta potenza a fare da contraltare ad una acidità veemente. Un tannino energico per un vino scontroso ma mai slegato. Ematica, diretta, determinata. La frutta mantiene dritto il timone e si attraversano ribes, mirtilli, duroni, violette ed erbe varie. È sicuramente una Barbera senza fronzoli ma nemmeno pazzie, di grande convinzione e carattere, in una fase ancora giovanile e piena di slancio.

Vigneti Massa – Monleale 1990: siamo a Monleale e Walter Massa è una delle figure chiave dei Colli Tortonesi. Celebre per il Timorasso, vinifica anche l’ottimo Monleale, figlio per il 90 % di Barbera e 10% Freisa e Croatina. Questa bottiglia del 1990 è stata un’illuminazione. Ha vesti sfinite ma nette, cangianti e concentriche. È leggiadro e dinamico, nonostante l’età. Si incanala, si insinua, tende a smarcarsi senza divergere. Ha acidità e sapidità e, per certi versi, travalica il vitigno, ne è un’interpretazione ariosa e aperta. Le impressioni rintracciano il tamarindo, prugne, ribes, la menta, l’erba secca, rose e spine sotto un cielo floreale. È un vino stimolante, in grado di soddisfare la mente e la bocca, le aspettative e le visioni. E soprattutto è ancora un vino vivo con più di 30 anni tra le vene.

Braida – Bricco dell’Uccellone 1991: siamo a Rocchetta Tanaro e la storia di questa cantina è legata indissolubilmente al nome di Giacomo Bologna e alla sua perseveranza nel valorizzare questo vitigno. L’idea del Bricco dell’Uccellone è del 1982, quando il tentativo su di provare l’affinamento in barrique per la Barbera. Questa Barbera è stata ed è un riferimento e costante memoria per la rinnovata valorizzazione negli ultimi anni. In questo caso ne abbiamo apprezziamo le gesta dopo 32 anni e ci troviamo di fronte ad un grande vino. Disteso e granuloso, decadente e quasi leggero in alcune fluttuazioni. Un frutto denutrito, un afflato floreale, la liquirizia che va disperdendosi, idee di cipria e sbuffi balsamici con la menta a rigare la materia. Grandeur, si direbbe. Manifestazione di uno status senza necessità di sfarzo né presunzione. Un’identità ampia e chiara, ficcante e diretta. Soprattutto un vino che continua a parlare e non smette di tracciare la rotta.