È bello doppo il morire vivere anchora” rammenta Bernardino Corio raffigurato nell’intento di completare la sua monumentale Mediolanensis Patria Historia, l’opera che traghetterà nella memoria a venire tutti gli avvenimenti che contribuirono a rendere grande la città di Milano. Il motto equivale a una garanzia che Bernardino non deluderà descrivendo, minuzioso, le battaglie, le coalizioni, le faide nobiliari, le lotte intestine, i matrimoni di interesse, le tregue e i personaggi di una città che, con forza, si stava espandendo. L’opera fu data alle stampe per i tipi di Alessandro Minuziano nel 1503 e, nonostante il titolo in aulica lingua latina, il testo era scritto in volgare perché fosse fruibile nella lingua della memoria.

Il primo Duca di Milano

Grande rilievo, in questo contesto, viene dato alla figura di Gian Galeazzo Visconti (1351-1402), personaggio cardine della storia di Milano che, nel XIV secolo, sotto la sua guida, raggiunse il periodo di massima espansione territoriale e culturale. A lui si deve, già nel 1386, l’inizio dei lavori del cantiere per il Duomo, l’edificio che diventerà simbolo della città. Il suo impero era così vasto che si dipanava attraverso tutte le terre, le provincie e i distretti della Lombardia, del Piemonte orientale, del Veneto, dell’Emilia, parte della Liguria e della Toscana con l’intento di realizzare un’unica realtà politica sotto il suo protettorato. Ma nel 1395 il Visconti ancora non sapeva dove sarebbe arrivata la sua ambizione. Quello, infatti, fu l’anno che decretò la sua incredibile ascesa quando l’imperatore del Sacro Romano Impero, Venceslao di Lussemburgo (1361-1419), lo proclamò Duca di Milano con un atto, ottenuto pare per compravendita, che gli garantì, oltre ai privilegi ducali, anche la successione del titolo ai suoi eredi maschi. Un passaggio di rango che proiettò Gian Galeazzo, quindi, dalla semplice carica di signore di Milano all’agognato ingresso nella circoscritta casta nobiliare con tutti i suoi annessi e connessi.

Per celebrare un evento così fuori dall’ordinario e di grandissimo onore il neo Duca offrì un ricco banchetto che Bernardino Corio riporta fedelmente. Alla cerimonia di investitura, avvenuta nella chiesa di Sant’Ambrogio, protettore della città, erano presenti tutte le casate nobiliari che, una volta conclusa, si trasferirono in processione secondo ordine gerarchico “all’antica corte dell’Arengo” dove le tavole del banchetto erano coperte “con un cielo di drappi intessuti di lucidissimo oro”. Gian Galeazzo sedeva nel mezzo della prima mensa, di fronte a lui Benesio, delegato dell’Imperatore, presso al quale sedevano gli ambasciatori di Venezia, Firenze e Bologna. Gli altri nobili trovavano posto nelle mense adiacenti, posizionati secondo dignità.

Un pranzo d’oro e d’argento

Il banchetto ebbe inizio, allietato da musica e squilli di tromba, con pietanze dolci, marzapane e pignoccate, “in tazze d’oro con vino bianco”, quindi furono portati dei piatti d’argento in cui per ogni commensale vi erano “due gran porci dorati, e due vitelli pure dorati. Due petti di vitello. Quattro pezzi di castrato.” Il tutto innaffiato da ottimo vino greco. Poi “Due pezzi di senzali, due capretti interi, quattro pollastri, quattro capponi, un prosciutto, una somata, due salsicce. E salsa bianca per minestra. Dopo furono portati altri piattelli di simil grandezza con quattro pezzi di vitello arrosto. Due capretti interi.” E poi ancora due lepri, sei piccioni farciti, quattro conigli e quattro pavoni ripieni di spezie che il Corio descrive come “pavoni cotti e vestiti”, il che significa che erano addobbati, una volta cotti, di tutto il loro piumaggio, come si conveniva all’epoca. I commensali condividevano il cibo direttamente dai piatti di portata, mangiando con il cucchiaio, con le mani o utilizzando il pane come base sul quale mettere la carne preventivamente tagliata in grossi pezzi dal trinciante. E mentre si sollazzavano con liete note musicali al fresco settembrino fecero la loro comparsa “Due orsi dorati con salsa citrina.” Una preda non scontata, simbolo di forza e di scaltrezza del cacciatore, che fu servita anche ad un altro banchetto regale, quello di Carlo Magno.

Bernardino prosegue: “Poscia furono portati altri grandissimi piattelli d’argento con quattro fagiani vestiti per cadauno, ed a questi teneano dietro: grandi bacini d’argento con un cervo intero dorato. Un daino pure dorato, e due caprioli con galantina. Poscia piatti come sopra, con buon numero di quaglie e pernici con salsa verde, poi furono portate: Torte di carne dorate con pere cotte. Poscia venne data l’acqua alle mani mista a delicati odori, e di seguito pignocate in forma di pesci inargentate.” Venne stappato dell’ottimo Malvasia per accompagnare le nuove leccornie: “Pani inargentati. Limoni siroppati inargentati in tazze. Pesce arrostito con salsa rossa in scodelle d’argento. Pasticci di anguille inargentate. Poi furono portati grandi piattelli d’argento con lamprede e galantina inargentata. Grandi trote con salsa nera, e Due storioni inargentati. Poscia furono portate grandi torte verdi inargentate. Mandorle fresche. Pesche. E diversi confetti di varie forme.” Ma Gian Galeazzo non era ancora pago e per dimostrare la sua grande magnificenza fece portare in tavola dei vasi d’oro nei quali vi erano fermagli, collane, anelli d’oro e d’argento e ancora drappi di seta e porpora che regalò ai nobili convenuti secondo titolo.

Un banchetto ricco di carne, quello del Visconti, un alimento che, secondo la credenza, dava la forza, infondeva il coraggio e che, quindi, oltre a ostentare la sua ricchezza, quel banchetto così architettato dimostrava a tutti il potere e la valentia del nuovo Duca di Milano. La festa celebrativa proseguì per altri giorni in cui vi furono giostre tra cavalieri e nobili con molti premi in palio e fu così eccezionale l’evento che, conclude Bernardino: “Allo spettacolo di sì gran festa, accorsero quasi tutte le nazioni sia de’ cristiani , come degli infedeli , per cui si riteneva che nulla di più stupendo si potesse vedere”.


Scritto da: Samantha Lenarda