La mattina del 30 gennaio 1838, il commesso della ditta Vincenzo Marinelli – il commerciante appaltatore dei generi alimentari per il Carcere Ducale di Parma – consegnava, come tutti i giorni, la fornitura di pasta alla dispensa dell’Istituto Penitenziario di Parma, il Carcere di San Francesco, allestito, in epoca napoleonica, nel grande complesso conventuale francescano e nella monumentale chiesa gotica appositamente requisiti e adattati.

Il vitto dei detenuti sani prevedeva all’epoca 650 grammi di pane di frumento (libbre 2), 136 grammi di pasta o riso (5 once), 11 grammi di lardo, o in sostituzione testa o piede di bue, qualora fosse conveniente dal punto di vista economico, 11 grammi di sale (10 denari) ed infine 9 grammi di olio (8 denari). Quel giorno, però, l’economo e il direttore del carcere si rifiutarono di accettare la merce perché, a loro dire, la qualità della pasta che doveva essere servita ai carcerati non era corrispondente a quella descritta negli accordi che regolavano l’appalto delle forniture. In pratica gli spaghetti, una volta messi in pentola, si scioglievano nell’acqua! Lo stesso giorno il direttore Giulio Cesare Verdelli inviava a Giulio Zileri, presidente del Consiglio di Vigilanza della Casa di Forza e di Correzione, “una mostra della pasta” (in altre parole, un campione) fornita da Marinelli il 25 gennaio dell’anno precedente “per servire di norma dell’Amministrazione per la qualità di quella da somministrarsi a detenuti sani” e “una mostra della pasta rifiutata”.

L’accordo disatteso e la pasta rifiutata

Il contratto stipulato tra Marinelli e il carcere, nel capitolo relativo alle Condizioni particolari, stabiliva quale doveva essere la qualità delle paste da fornire:

“art. 28. Le paste pe’ sani saranno fatte di farina di frumento detta Mezzana, senza mistura alcuna né di cruschetto, o tritello, né di crusca. art. 29. Le paste pe’ malati saranno di puro fiore di farina di frumento, senza parte veruna di fuscello, cruschello, o crusca. art. 30. Le paste sì da sano che da malato non avranno né odore né sapore spiacente, e saran sempre al tutto secche”.

Il giorno successivo il rifiuto, anche l’imprenditore Marinelli si rivolgeva al Consiglio di Vigilanza, fornendo la propria versione dei fatti; dopo aver sostenuto la buona qualità del prodotto fornito, egli invitava il Consiglio a giudicare, con la collaborazione di “varj ed esperti periti” solamente se la pasta fosse conforme alle clausole del contratto e non, come preteso dalla controparte, se essa fosse “simile ad un campione, che fu suggellato e rimesso al medesimo [direttore] in occasione del contratto fatto col pastaio Casalini, il quale campione fu convenuto tra me ed il Casalini di qualità superiore al mio obbligo appunto per non avere disturbi, anche se talvolta il Casalini somministrasse pasta inferiore a quella del campione suggellato”.

Sabato 3 febbraio 1838, il Consiglio di Vigilanza decideva di interpellare tre esperti, tutti produttori e venditori di pasta attivi a Parma, affinché venisse presa una decisione “in piena cognizione di causa”.