Dal “mondo nuovo” scoperto da Colombo arriva nei territori europei una grande serie di novità: oltre a nuove popolazioni con usi ed abitudini assolutamente contrastanti da quelle degli scopritori, giungono una serie di nuovi animali e nuove piante. Di queste alcune (come le patate) verranno utilizzate con un buon fine solo con decenni di ritardo rispetto alla loro introduzione; altre, come il cacao, verranno usate subito nella loro funzione primaria e impiegate con curiosità e attenzione particolari.

È nel 1502 che Colombo, al suo quarto e ultimo viaggio, finalmente persuaso di non essere arrivato in Oriente, viene accolto dagli indigeni di Santa Maria con una tazza di cioccolato e con il cacao ancora in mandorle che costituiva un mezzo di pagamento. Ma Colombo non pare gradire o almeno essere particolarmente attratto da quella bevanda, molto apprezzata invece poi da Hernán Cortés a cui, però, viene servita mescolata con spezie varie (fra cui, non ultimo, il peperoncino).

Come spesso accade, sono i viaggiatori-mercanti a raccontarci le novità in cui si imbattono che ci danno le migliori indicazioni di come queste erano recepite in un certo momento storico. Francesco Carletti è un entusiasta della bevanda che si fa col cacao, tanto da affermare che una sola tazza è sufficiente ad alimentare e sostenere una persona per una intera giornata.

L’arrivo in europa

Il cacao arriva in Spagna dove il suo uso diventa presto una caratteristica dei nobili: notiamo, però che viene sempre unito allo zucchero o a qualche dolcificante: acqua calda, polvere di cacao e zucchero diventano cioccolata, una bevanda che piace moltissimo e che continua a essere chiamata con il nome che aveva nelle terre d’origine, nome modificato, ovviamente, per essere pronunciato con facilità dai parlanti neolatini. Dalla Spagna il primo paese in cui si diffonde è l’Italia, sempre come bevanda per persone, se non nobili, almeno con discrete possibilità economiche: per gustarla meglio, infatti, già Lodovico Adimari dirà che: “Anzi le ghiande del cacao disfatte / han più sapore in chicchere dorate / o almen bevute in porcellane intatte”. Siamo nel XVII secolo e certo allora, per avere quel tipo di tazze o di porcellane, si doveva essere molto benestanti, se non nobili. Ne è una prova “letteraria” la tazza di cioccolata che viene data alla povera Geltrude manzoniana, la mattina in cui parte solennemente dalla casa paterna e si sta avviando verso Monza, dove sarà rinchiusa nel convento: “Fu fatta sedere su una sedia a braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que’ tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile”. (Promessi Sposi, cap. X)

Dalla fine del Seicento l’uso del cacao, che piace sempre di più ed è sempre più coltivato e importato, diventa abituale anche nelle classi medie. Ma è solo nel Settecento che la cioccolata (parliamo sempre della bevanda) diventa di uso frequente e compare quindi in molti testi letterari.

Cioccolata letteraria

La cioccolata viene celebrata in un divertente e ironico poemetto in cui è esaltata dallo stesso dio del vino: si tratta del Bacco in America di Marcello Malaspina, testo che fu letto in una seduta dell’Arcadia nel 1731, ed era stato scritto a imitazione del Bacco in Toscana di Francesco Redi, anzi proprio come la sua continuazione: appena finito il suo giro in Toscana, il dio del vino si imbarca a Livorno, ma una furiosa tempesta lo fa arrivare nelle Indie Occidentali. Sbarcato cerca subito del vino per ritemprare sé e il suo seguito, ma nelle Americhe il vino non c’è; in compenso le genti del luogo gli parlano del cacao ed egli prontamente lo fa raccogliere e fa fare tutte le operazioni necessarie, dalla tostatura alla riduzione in polvere e alla preparazione della bevanda calda. Il dio, entusiasta, conclude il poemetto con l’affermazione che “il cioccolatto d’ogni beva [bevanda] è il re” che altro non è se non la ripresa del verso nel finale del Bacco in Toscana “Montepulciano d’ogni vino è re”. Il cioccolato, anche nel giudizio di Bacco, può e deve essere messo sullo stesso piano del vino!

Il cioccolato come bevanda del mattino compare in opere teatrali, prime fra tutte alcune commedie di Goldoni, ma è anche “cantato” nell’opera: nel Così fan tutte di Mozart, il libretto di Da Ponte presenta la servetta Despina che sta preparando la cioccolata per le sue padrone: “È mezza ora che sbatto, / il cioccolatte è fatto, ed a me tocca / restar ad odorarlo a secca bocca? / Non è forse la mia come la vostra, / o garbate signore, /che a voi dessi l’essenza e a me l’odore? / Per Bacco, vo’ assaggiarlo: cospettaccio! / Com’è buono! Vien gente. (si forbe la bocca.) / Oh ciel, son le padrone: / Madame, ecco la vostra collazione”.

L’indicazione della necessità di pulirsi la bocca per non farsi sorprendere ad “assaggiare” quello che è solo per le padrone (l’indicazione precisa è indicata dall’autore del libretto) ci racconta come Despina sappia bene che la cioccolata era ancora una “colazione” abituale per le classi più alte, che non rientrava certo nel cibo per la servitù ma alla cui bontà lei non sa resistere.

Attribuita a Metastasio, altro celeberrimo scrittore di libretti per opera, è la cantata La cioccolata. A Fille, dove la descrizione puntuale delle varie fasi della preparazione del nuovo “nettare” serve a persuadere la pastorella a provare l’amore, che è dolce e gradevole come la bevanda sconosciuta appena assaggiata. Invece il Giovin Signore, nell’ironica e amara narrazione di Parini, è sottoposto, appena sveglio, a una richiesta che comporta una importante decisione, e cioè scegliere, per colazione, tra il “brun cioccolatte” il tributo che gli forniscono i popoli “Guatelmalese e Carribeo” o il caffè che viene dall’Oriente.

Nessuna descrizione, però, rappresenta l’uso del cioccolato al mattino meglio di un piccolo quadro di Pietro Longhi ora a Ca’ Rezzonico a Venezia dove una dama, ancora mollemente adagiata tra le coltri, ha ricevuto la visita di due gentiluomini che hanno in mano la tazza del cioccolato; il cameriere, che li ha appena serviti, è ancora presente sulla scena, con il bricco sul vassoio: il titolo è Il cioccolato del mattino.

Consapevole che l’abitudine del bere caffè e cioccolato era entrata negli usi quotidiani dei suoi contemporanei, molto divertente risulta la dichiarazione di Carlo Gozzi che perfettamente conscio che il cacao non era ancora arrivato in Europa, né la stampa inventata al tempo delle avventure cavalleresche della sua Marfisa bizzarra, dichiara: “Ho voluto che i miei Paladini bevano il caffè, il cioccolato e mandino de’ libretti alla stampa al tempo di Carlo Magno”, ancora una volta mostrando che il suo testo era rivolto ad ironizzare sui suoi contemporanei attraverso le loro abitudini.

Nel frattempo, il cacao diventa sempre più gradito e usato. Alla fine del secolo, un grande teorico della cucina come Vincenzo Corrado, che nel 1773 era stato autore de Il cuoco galante, aveva scritto le Manovre del cioccolato e del caffè (1794), un trattato che ne decanta le proprietà sotto tutti gli aspetti.

Piacere o medicina? Il cacao e la chiesa

Una serissima disputa coinvolge il mondo ecclesiastico a proposito del cioccolato. È bevanda, nutrimento o medicina? Fin da quando venne importato il cacao poteva essere considerato tutte e tre le cose, ma era fondamentale precisare la sua natura perché se fosse stato bevanda non avrebbe rotto il digiuno cui i cattolici erano obbligati in determinati periodi dell’anno (Quaresima, Avvento, Quattro Tempora etc.) mentre lo avrebbe fatto se fosse stato considerato nutrimento. La questione, assolutamente superata ai giorni nostri, era cominciata nelle Americhe occupate dagli spagnoli e, passata alla cattolicissima Spagna di Filippo II, era arrivata a Roma dove, nei secoli, aveva impegnato una serie di papi (Pio V, Gregorio XIII, Gregorio XV, Paolo V, Urbano VIII, Clemente XI, Benedetto XIV) e perfino il Sant’Uffizio. Il digiuno, per i cattolici, era considerato una cosa seria (basta ricordare a proposito come ne parla Boccaccio!) e rompere il digiuno in determinati periodi era ritenuto peccato grave. La disputa aveva avuto alterne risposte e ancora nel Settecento i Gesuiti erano propensi a considerare il cioccolato bevanda mentre i Domenicani erano di parere opposto. Il cioccolato, se fosse stata solo bevanda, non avrebbe interrotto il rigoroso digiuno dalla mezzanotte che il cattolico doveva osservare per poter fare la comunione e soprattutto sarebbe stato permesso nei conventi, dove frati e suore avrebbero potuto berlo tranquillamente perché non frangit jejunum.

L’avvento delle tavolette. Il cioccolato si mangia

Il grande salto nella trasformazione del cacao avvenne solo all’inizio dell’Ottocento, quando a Torino comparve il primo cioccolatino solido e si realizzò concretamente la possibilità di creare quei dolci di cioccolato nelle “fabbriche” che portano ancora il nome dei loro “inventori” (uno fra tutti ricordiamo Pierre Paul Caffarel) mentre Torino diventava il centro di produzione del cioccolato. Fondamentale fu la scoperta della possibilità di separare la polvere dal burro di cacao fatta dall’olandese Conrad van Houten (1828) mentre la prima tavoletta di cioccolata porta il nome dell’inglese Joseph Fry (1847). Intanto a Torino inventavano il gianduiotto, in cui una parte del cacao era sostituita dalle nocciole, forse perché il cacao per i vari blocchi navali napoleonici arrivava con maggiore difficoltà, mentre le nocciole erano abbondanti in loco, e in Svizzera Daniel Peter aggiungeva il latte agli ingredienti e per togliere l’acqua dal latte e usare quindi latte in polvere, coinvolgeva Henri Nestlé, il fabbricante inventore e specializzato nei cibi per i bambini. Nei romanzi ottocenteschi, di conseguenza, si moltiplicano le presenze “golose” di torte di cioccolata e di cioccolatini.

Dal piacere del palato a quello degli occhi: il cinema

I nomi dei grandi cioccolatai (Nestlé, Caffarel, van Houten) sono rimasti, simbolo di diffusi prodotti di cioccolato. Infine, per passare ai giorni nostri, possiamo ricordare quanto le “fabbriche di cioccolato” siano entrate nel nostro quotidiano rievocando una serie di recenti film che sulla trasformazione del cacao sono incentrati. Se prendiamo solo quelli degli ultimi vent’anni, possiamo ricordare Chocolat (2000) di Lasse Hallström con Juliette Binoche che riprende il concetto che i Maya avevano del cacao: ovvero che potesse liberare desideri nascosti e svelare il destino; da lì si passa al mitico La fabbrica di cioccolato (2005) e non credo sia un caso che in ambedue questi film sia fondamentale la presenza di Johnny Deep. Nell’italiano Lezioni di cioccolato (2007) di Claudio Cupellini i cioccolatini sono “piccoli momenti d’estasi” e nel delizioso e ironico Emotivi anonimi (2010) del francese Jean-Pierre Améris, la fabbrica del cioccolato di lui e il creare cioccolatini per lei realizzano l’unica realtà di sicurezza e di certezza per i due “emotivi” protagonisti. E potremmo continuare.

Certo le delizie create col cioccolato sono tante e danno un tale piacere alla gola da far ben comprendere, anche da un punto di vista unicamente di godimento dei sensi, la definizione del cioccolato come ottimo antidepressivo, che pare abbia una sua seria base scientifica.