Il vino è sempre stato quell’elemento che, nell’arco dei secoli, ha accompagnato le più disparate forme d’arte: dalle nature morte di Caravaggio, alla letteratura leopardiana dell’Ottocento dove, nello Zibaldone, viene attribuito al vino il potere di accrescere la lucidità della mente e di allontanare l’uomo da una condizione di infelicità.

Tra tutte non poteva mancare la Settima Arte: il cinema.

Innumerevoli sono gli esempi. Alcuni probabilmente sono passati sottotraccia, anche per i cinefili più attenti.

Forse in pochi si sono accorti che in Jurassic Park di Steven Spielberg, John Alfred Hammond (Richard Attenborough) apre una bottiglia di Moët & Chandon, versandolo dentro un bicchiere non consono alla sua fruizione ma tale era il desiderio di festeggiare, che non si è curato della forma rispetto alla sostanza dello champagne. Sicuramente è più impressa nella nostra memoria la scena di Hannibal, diretto magistralmente da Ridley Scott, con un Dr. Lecter (Anthony Hopkins) che apre una raffinatissima bottiglia di Riesling Clos St.Hune, della Maison alsaziana Trimbach, simbolo dell’eleganza e aristocratico buon gusto del protagonista. E come non menzionare l’iconico vincitore dell’Oscar Ratatouille di Brad Bird, dove Anton Ego, il severo critico enogastronomico, ordina, in abbinamento al suo piatto, una bottiglia di Cheval Blanc del ’47, vero e proprio gioiello enologico ricercato dai collezionisti. Sono centinaia le bottiglie di vino riprese e citate dai grandi registi.

Tra tutti questi ce n’è uno in particolare, criptico, cinico, fatalista e inguaribile romantico, attento a ogni singolo dettaglio rappresentato: Woody Allen.