A trent’anni dalla scomparsa del Faro – così lo chiamavano a Cinecittà – e volendo invece parlarne da vivo, forse ricordare Federico Fellini a tavola è un modo per esorcizzarne l’assenza. E si potrebbe cominciare da un ricettario – A tavola con Federico Fellini, ideaLibri, 2003 – pubblicato giusto dieci anni dopo la fine del regista. Con l’avallo di una breve introduzione di Tonino Guerra (da par suo racconta come gli abiti di Fellini mai uscissero indenni in presenza di cibo) raccoglie le “grandi ricette della cucina romagnola” sotto una firma di famiglia, quella di Maria Maddalena Fellini, la sorella (e all’occasione attrice): piadina, cappelletti, tagliatelle. Romagna mia. E anche i passatelli, il cappone ripieno, il brodetto, l’anguilla al forno, “le ricette di casa mia: ripetute tante volte, e perciò sicure nel risultato”. Una “sinfonia di sapori” secondo Fellini, attesta la nipote Francesca Fabbri nell’introduzione: “Lo zio era proprio quel che si dice un buongustaio. Spiluccava di tutto, ma solo se cucinato bene”, del ricettario della nonna materna, romana, “adorava le polpettine di bollito con l’uvetta sultanina, i saporiti spaghetti al tonno, il polletto alla cacciatora e la ciambella”. In una seconda edizione del volume – A tavola con Fellini. Ricette da Oscar della sorella Maddalena, Rare Earth, 2013 – l’introduzione è più circostanziata: “Per quanto era geniale Federico nel suo lavoro, quanto era abitudinario e monotono nei cibi. Preferiva da sempre sapori semplici, cibi casalinghi della tradizione, come la pasta in brodo, gli spaghetti pomodoro e basilico e il brodetto di pesce”. E una noce per cominciare il pranzo, “poiché – diceva – il gheriglio assomiglia ad un piccolo cervello umano con due emisferi, fu ritenuto frutto magico e beneaugurale”, fermo restando che la “sua abitudine alimentare più duratura era quella di pranzare con ovoline di bufala campana e un piatto di prosciutto crudo” oltre a “insalata a go-go condita con olio e limone, guai con l’aceto” e l’aggiunta di “una scheggia di parmigiano”. La cucina della sorella Maddalena però sapeva anche di “cassoncini fritti con gli spinaci, di passatelli in brodo, di brodetto e di zuppa inglese”. La quale zuppa inglese, peraltro, aveva sostituto la canonica torta al morigerato pranzo di nozze, nella temperie bellica, di Fellini e Giulietta Masina e risultava comunque il dolce preferito dal regista. Anche per sua esplicita ammissione: interpellato da Laura Bolgeri (La memoria del gusto, cinquesensi, 2015) ammette di “essere stato goloso fin da bambino, soprattutto di quei dolci ‘umidi’ che si facevano in casa per le feste: i diplomatici, la crema e soprattutto la zuppa inglese”. Quella però “che faceva mia nonna, non come la fanno a Roma, con la panna”. Dunque “con il pan di Spagna imbevuto nell’alkermes, non con i savoiardi, ma con strati alternati di una crema gialla e densa e un po’ di cioccolata”, portata in tavola “dopo averci versato sopra un mezzo bicchiere di Mistrà” per l’effetto flambé: “Era una sorta di trofeo luminoso, un incanto. E quell’incanto è rimasto nei miei ricordi”. Senza dimenticare, “nutrito di riso e di minestre” dalla madre, “in particolare una minestra di riso in brodo con un uovo sbattuto, un profumo di scorza di limone e di noce moscata”, tale da fargli conservare “intatta quella passione per il riso e i risotti”. Controprova offerta da Tullio Kezich, epoca di Amarcord: “al Biffi Scala, menù d’obbligo il risotto al salto prediletto da Fellini” mentre nel recentissimo Io li conoscevo bene (La nave di Teseo, 2023) Maurizio Porro rammemora di avere avuto più volte ospite Fellini “complice il risotto giallo di mia madre”.