Con tacuinum sanitatis si identifica tradizionalmente un trattato medico redatto a Baghdad dal medico e letterato cristiano Abū al-Ḥasan al-Mukhtar Ibn Buṭlān, nel corso del secolo XII. Il titolo originale, Taqwīm al ṣiḥḥa richiama il contenuto del testo, basato sui consigli del medico al lettore in corrispondenza del calendario annuale: significa infatti Almanacco della salute, e come tanti testi più recenti le sue indicazioni concernono la salute, il cibo, l’umore e quello che oggi potremmo definire wellness. In esso, il corso delle quattro stagioni si interfaccia con la necessità di mantenere equilibrati i quattro umori del corpo umano (sanguigno, biliare, flemmatico e atrabiliare), connessi ai quattro elementi (aria, fuoco, acqua e terra) e, di conseguenza, alle “nature” (umida, calda, secca e fredda). Il testo deriva, come tante opere del vicino Oriente, dalla tradizione classica, che leggeva la causa delle malattie e dei disturbi nella sproporzione – diskrasia – tra questi elementi. Una prima tradizione di questa opera si afferma in Occidente nel corso della seconda metà del XIII secolo, ed è costituita da traduzioni in lingua latina relativamente fedeli al testo arabo. Una seconda compare invece a partire dal nono decennio del Trecento, nell’ambito delle corti del Nord Italia, e si struttura in una versione assai semplificata del testo, sostanzialmente ridotto a semplici rubriche di due o tre righe per ognuna delle numerosissime illustrazioni, che divengono così quasi le protagoniste di questa versione, meno scientifica e più di lusso.

Tutti i nomina esaminati – potremmo dire le “voci” – raffigurano gli elementi vegetali e animali usati nell’alimentazione umana (oltre ad attività corporee, fenomeni meteorologici, aspetti comportamentali, e molto altro). Ogni soggetto è didascalizzato, descrivendone la sua natura, le buone e cattive proprietà, il modo migliore per usufruirne, i nocumenta che può causare, e i modi per evitare questi ultimi. Studiatissimi dagli storici dell’arte, che talora hanno scavalcato in modo un po’ disinvolto il portato scientifico delle loro illustrazioni, e dagli storici dell’alimentazione, che specularmente hanno letto sovente le loro immagini in termini un po’ troppo fotografici, i tacuina parlano dunque anche, se non soprattutto, di cibi e di bevande ancora oggi ben noti, e fruiti.

ANALISI DELLE ILLUSTRAZIONI

Qui vorrei esaminare in breve alcune illustrazioni relative al vino riferite tutte in genere al contesto lombardo tra 1380 e 1395-1400 circa, e oggetto di ampio dibattito rispetto all’attribuzione del loro corredo decorativo (pur se tutto ruota attorno alla bottega e ai collaboratori del grande artista tardogotico Giovannino de’ Grassi), in cui peraltro si intersecano molte mani.

La filologia medico-scientifica inserisce il testo dei tacuina all’interno di una ben determinata tradizione, di cui il singolo copista, o chi realizza una variante testuale, è parte – più o meno cosciente. Il miniatore che illustra i singoli lemmi, invece, in questi codici illustrati status symbol della fine del Trecento, possiamo esserne certi, dipende molto di più (come artista e quindi come artigiano, in questo tratto di tempo) dal gusto del pubblico comune, e dalle tradizioni iconografiche e stilistiche del proprio milieu culturale, veicolate da modelli; molto difficilmente sarà entrato nelle pieghe del contenuto di ciò che va a decorare, o si sarà documentato sui trattati enologici coevi, che costituivano comunque una branca di produzione specialistica, senza essere però mai illustrati. Applicano dunque una sorta di lectio facilior rispetto al tema trattato. Che esistessero comunque dei criteri visivi assimilabili a quelli delle arti, basati sulle partizioni cromatiche, nella descrizione e nella, per così dire, catalogazione tassonomica dei vini, è un dato certo.